22 Ottobre 2020
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"Ribattezzare la Parrocchia": il 6 ottobre ha avuto luogo l'incontro presbiterale e diaconale col nuovo vicario zonale

06-10-2020 19:52 - DALLA FORANIA
Anche oggi si sente il bisogno d’affrontare con dedizione credente la questione-parrocchia, ritenuta sempre in crisi,[1] ma anche sempre pronta a rinascere.[2] Si tratta di ripartire con pazienza dalle sante radici della chiesa: se lo si fa, il rinnovamento della parrocchia è sicuro, profondo e durevole.[3] La cosa incoraggiante è che, benché a oltre cinquant’anni dall’indizione del Concilio, la parrocchia, proprio nella sua identità debole, potrebbe trovare uno dei suoi punti di forza, a condizione che la logica aziendalistica ed efficientistica con cui sovente è concepita sia abbandonata e ci si dedichi all’esercizio di una missione ad un tempo fedele all’unico Vangelo e creativa: diventare missionaria è l’insistenza maggiore di papa Francesco[4] per la chiesa in generale e per la parrocchia in particolare, ed è fortunatamente anche la via imboccata, da ultimo, dalle chiese[5] e da quanti ritengono la parrocchia salvabile[6] e rinnovabile a fondo.[7]

E se ribattezzassimo la parrocchia?

Qui si propone, per così dire, quasi di ribattezzare la parrocchia, cioè di reimmergerla nelle caste acque del mistero, richiamandola e ripensandola con i religiosissimi nomi, con i quali la Scrittura e il Concilio chiamano la chiesa: popolo di Dio, corpo di Cristo, sposa di Cristo, casa di Dio, famiglia di Dio, tempio dello Spirito, podere del Signore… Sono categorie bibliche che il Vaticano II ha reintrodotto nella sua ecclesiologia e di fatto ha rimesso in circolazione nel dire e nel vivere delle comunità presbiterali e delle comunità cristiane,[8] allontanandole da una interpretazione pesantemente giuridicistica della chiesa di Gesù, che invece è anzitutto lo spazio santo e benedetto della nostra esistenza.
Si tratta, inoltre, di concepire e sentire la parrocchia con la pregnanza degli umori misterici evocati dai titoli che la teologia ha attribuito alla chiesa negli ultimi decenni, esprimendo, almeno un poco, l’inarginabile pregnanza del suo “mistero forato”: essa è «una comunione» (J. Hamer), è «sacramento» (K. Rahner), è «il popolo messianico» (Y. Congar), è «il popolo di Dio e il corpo di Cristo» (J. Ratzinger), è «arca della nuova alleanza» (B. Gherardini), è «icona della Trinità» (B. Forte), è «primizia del Regno» (B. Mondin), è «il corpo crismato» (C. Militello), è comunità «in missione» (S. Dianich) e, sommessamente, aggiungerei: «è missione»,[9] è «il popolo trinitario»,[10] è una «comunità discepolare»,[11] è un «popolo sinodale» che entra in un orizzonte amplissimo, qual è quello creato dalla luce e dalla forza inarginabili del Battesimo, sotto l’egida di una parola grandiosa – la sinodalità - il cui raggio d’irradiazione è quello della missione del Dio trinitario.[12]

Quali nomi per la parrocchia al suo “nuovo battesimo”

In occasione del suo “nuovo battesimo” (intendiamo dire solo un suo profondo ripensamento), la parrocchia la considereremo come «cellula della “Chiesa in uscita»; la considereremo dentro l’ottica sinodale che papa Francesco va riscoprendo con creatività alta un poco al giorno, dall’inizio del suo pontificato e ponendo la parola sinodalità nell’ordine del principio perché essa è il nome della chiesa e della missione e perché «è una parola da millennio».[13]
È necessario dedicarsi alla parrocchia perché essa è importante da tanti punti di vista e non vanno ascoltati quanti sparano su di essa e ne annunciano la fine. «Vorrei sottolineare una cosa: – ha detto il papa qualche anno fa – la parrocchia è sempre valida! La parrocchia deve rimanere: è una struttura che non dobbiamo buttare dalla finestra. La parrocchia è proprio la casa del popolo di Dio, quella in cui vive. Il problema è come imposto la parrocchia! […] La parrocchia non si tocca: deve rimanere come un posto di creatività, di riferimento, di maternità»[14].
Ma come chiamare la parrocchia? Direi così: ribattezzando la parrocchia più che attribuire nomi nuovi, è il caso di tenere caro il sostantivo “parrocchia” col suo carattere comunionale di “casa vicino a casa” e con la sua indole di umile itineranza di “comunità accampata”. Inoltre, basta proporzionare ad essa l’onomastica biblica di Lumen gentium 6, sopra riportata. È assai conveniente, inoltre, rinnovare le sue aggettivazioni qualificative della parrocchia. Qui se ne propongono tre.

Primo nome: una “parrocchia normale”

1. Curare la “grande pastorale ordinaria”. Occorre declinare la vita di una parrocchia “normale” in termini di missionarietà, ideale perennemente valido per una comunità cristiana, che oggi si è fatto urgenza non più rinviabile. Una seria e concreta “conversione” della parrocchia da aggregazione che passi ad essere da praticanti a comunità di credenti, richiede più che aggiustamenti tattici e soluzioni operative, una riflessione serena e disincantata sul fatto che il dinamismo missionario nella realtà media delle nostre parrocchie risulta spesso bloccato da modi riduttivi e deformati di intendere la missione. Questo richiamo vuole avere solo la funzione di incoraggiare a riconoscere la ricchezza che è contenuta in un ripensamento creativo della “pastorale ordinaria”.
Senza questo rinnovamento profondo del tessuto della “pastorale ordinaria”, anche le nuove attenzioni appariranno estemporanee. Senza svecchiare il corpo ecclesiale dalle croste, dalle muffe, dal muschio che lo coprono oscurandone la bellezza creatogli dal Vangelo e dai sacramenti, non è pensabile che l’azione pastorale ritrovi agilità e scioltezza. Perché certamente di elasticità ha bisogno la parrocchia dinanzi alle nuove sfide che si profilano all’orizzonte.
San Giovanni Paolo II, all’arrivo nel terzo millennio, ha scritto: «È ora di riproporre a tutti questa “misura alta” della vita cristiana ordinaria: tutta la vita della comunità ecclesiale e delle famiglie cristiane deve portare in questa direzione».[15] Con sguardo acuto egli legge la trama d’oro della fede cristiana, inseguendo l’andamento dei fili dell’ordito (la santità, la preghiera, l’eucaristia, la parola, la riconciliazione, il primato della grazia): risulta che essi intessono l’esperienza cristiana come giubileo permanente, la vita di chiesa come indivisa discepolanza di Cristo, la missione cammino sinodale alla ricerca dei figli di Dio dispersi.

2. Purificare la parrocchia da alcuni peccati. Le riduzioni più ricorrenti e le deformazioni più rischiose si possono individuare – con linguaggio forse impietoso ma che si vorrebbe semplicemente non retorico o diplomatico – in una serie di “ismi”:
narcisismo: è il peccato di una comunità senza ricerca e senza inventiva, noiosa e ripetitiva, in cui l’annuncio scade a indottrinamento, il dialogo a monologo, la celebrazione ad auto-contemplazione, la missione dall’andare-verso all’auto-referenzialità di un pietoso girarsi-intorno;
proselitismo: è l’atteggiamento di una comunità in cui l’evangelizzazione è confusa con la propaganda, la testimonianza con la pubblicità, mentre l’altro è visto come preda da conquistare e non come fratello con cui camminare insieme verso il regno di Dio;
paternalismo: è l’equivoco in cui cadono parroci e pastori che intendono la missione come un potere da gestire in modo tutelare e non da vivere come una responsabilità da condividere;
fondamentalismo: è la convinzione di quanti pensano che nella missione basti ripetere verbalmente la formula del kerygma (“Cristo è morto ed è risorto”) senza un adeguato sforzo di ritraduzione del messaggio e di una sua intelligente, fedele, creativa inculturazione.

Secondo nome: una “parrocchia creativa”

1. Francesco chiede per la parrocchia spirito creativo. Il papa vede la parrocchia della “chiesa in uscita” come una comunità dotata di dinamicità pastorale e missionaria: «La parrocchia – si legge nel “manifesto” del suo pontificato – non è una struttura caduca; proprio perché ha una grande plasticità, può assumere forme molto diverse che richiedono la docilità e la creatività missionaria del pastore e della comunità».[16] La creatività di cui egli parla non coincide con l’eccentricità o con l’allontanamento dai grandi tracciati della Tradizione, ma è piuttosto la capacità profetica di aprire orizzonti nuovi, di saper adattare alle croci dell’ora la parola consolatrice del Vangelo, di creare nuovi modelli e forme di pastorale e di rinnovare il linguaggio con cui annunciare agli uomini del nostro tempo la Parola che non passa mai (cf. Mc 13,31).

2. La creatività porta il cuore in cielo e i piedi sui vicoli. Una pastorale creativa della parrocchia, fra le molte condizioni che richiede, deve comprendere una condizione imprescindibile, quella della sua prossimità o vicinanza alla gente, che papa Francesco così esprime: «Questo suppone che realmente stia in contatto con le famiglie e con la vita del popolo e non diventi una struttura prolissa separata dalla gente o un gruppo di eletti che guardano a se stessi».[17] Ciò spiega nel modo più sorprendente che lo slancio creativo’ non allontana la parrocchia dalla propria storia e dalla propria geografia, ma, al contrario, l’avvicina ad esse.
In quest’ottica si capisce che papa Francesco chiami al rinnovamento anche le parrocchie: «La parrocchia è presenza ecclesiale nel territorio, ambito dell’ascolto della Parola, della crescita della vita cristiana, del dialogo, dell’annuncio, della carità generosa, dell’adorazione e della celebrazione». Di più. L’unità di misura per fare comunione nella parrocchia non è data più dai singoli, né dalle sole famiglie, ma da soggetti potenzialmente più grandi. Per Bergoglio la parrocchia «è comunità di comunità, santuario dove gli assetati vanno a bere per continuare a camminare, e centro di costante invio missionario».[18]
In un modo interessante, la creatività aiuta a vedere al di là dei confini dell’esistenza, sapendo scombinare e ricombinare, oltre i modi consueti e standardizzati, schemi pastorali, strutture organizzative, modelli di stare al mondo e nella chiesa, soprattutto cercando di usare lo sguardo adatto (come papa Francesco insegna nella sua raffinata “pastorale dello sguardo”) sugli uomini del proprio tempo e di cogliere – almeno un poco – il mistero che essi portano con sé, l’anelito che li anima e li strazia nel cercare Dio, il suo nome e il suo volto.[19]

3. Bene la creatività, ma attenzione alle insidie del pensiero liquido. Viviamo in un contesto socio-culturale dove tutto viene ridotto a forma cangiante e strutturalmente mutabile. È necessario oggi stare attenti dal concepire la fede nelle forme labili del pensiero debole e del pensiero liquido, occorrendo perciò distinguere il credere dal credere di credere, il credere dal sentire di credere. Ora, il linguaggio non preciso, desunto da diversi contesti linguistici, cedenti alla moda, aforismatici, a effetto, civettuoli e da super mercato possono incidere sulla purezza del pensiero cristiano, al quale bisogna evidentemente tenere.
È vero: molti cessano di credere perché non sentono o non sentono più la loro fede. Questa è una delle contraffazioni attuali del credere più insidiose che trovano facile accoglienza nel nostro contraddittorio mondo post-moderno, così avido e goloso di sensazioni e di esperienze cangianti e inconsistenti, “liquide” appunto, effimere e transeunti, come da anni avverte il sociologo anglo-polacco Zygmunt Bauman.[20]

4. Evitare con sapienza pastorale i “killers” della creatività:

1) l’eccessivo controllo (concepire la pastorale come un impositivo dettato, come un’opera iperdiretta e non come un tema da svolgere appellando a tutte le risorse umane, carismatiche, ambientali che si possiedono);
2) la ristrettezza nelle scelte (suggerire sempre, in modo spesso ossessivo, nelle intraprese pastorali, tutto: titolo, mete, stile…);
3) la pressione (premere con insistenza sui mezzi, sui tempi di realizzazione e di verifiche, tutto progettando e organizzando a puntino, imponendo perfino mete eccessivamente grandi, premettendo così le condizioni per fallimenti e delusioni);
4) l’abitudine (adottare il già detto e il già fatto come prima regola comportamentale, che implica il pensare secondo schemi abitudinari che chiamano alla ripetizione stantia);
5) la paura in metastasi (avere l’ansia di sbagliare, di perdere qualcosa, di regredire, di esporsi, di fare brutta figura, di essere giudicati, di non essere all’altezza delle situazioni);
6) il complesso dell’edera (aggrapparsi agli idoli, agli stereotipi, ai pregiudizi, ai totem, invece di perseguire ciò che è vivente e in evoluzione);
7) la scarsa autostima (avere il tono basso nella stima di sé, cosa che depriva della motivazione e dello slancio necessari per realizzare progetti impegnativi);
8) il metodo della cipolla (correre il rischio di eliminare anche le cose che vanno conservate, solo per prurito di novità o per mancanza di discernimento);
9) la mitizzazione delle ubbìe personali (adottare le proprie “idee fisse” come i primi criteri dell’opera pastorale).

Terzo nome: una parrocchia sinodale

1. Dinanzi ad una parola antica. “Sinodalità” è idea (ma anche parola) che ha tutti gli anni della chiesa. La storia del cattolicesimo è percorsa dall’esperienza sinodale e non ha insidiato l’autorità della chiesa di Roma. Ad esempio, dal III al IV secolo i sinodi si concluderanno informando il vescovo di Roma circa le deliberazioni prese, così come l’autorità romana si riservava il diritto di rifiutare conclusioni in contrasto con un Concilio (cf. Giulio I: 336-352 versus il Sinodo di Tiro: 335). Perciò, la sinodalità è stata come annidata nella secolare conciliarità della chiesa e nella sua comunionalità, alla quale la chiesa è rimasta sostanzialmente fedele anche quando han dominato ecclesiologie giuridiche e poco misteriche.

2. Dinanzi ad una parola nuova. La sinodalità – parola ricchissima di sensi e di applicazioni alla realtà ecclesiale – è il paradigma comportamentale più lucido ed esigente che si va presentando dinanzi agli occhi credenti dei singoli cristiani, delle chiese locali e della chiesa universale. Nell’importante Discorso di papa Francesco del 17 ottobre 2015 nel 50° dell’istituzione del Sinodo dei vescovi, si parla di una sinodalità diffusa, dentro la quale va collocato anche il tema della parrocchia. Nelle vene di questa comunità passano le idee e il sentire credente che reggono i discorsi sulla “chiesa in uscita”, sulla pastoralità e sullo “stilnovismo” di papa Bergoglio in riferimento alla vita dei cristiani dentro e fuori la chiesa. Papa Francesco, in quel Discorso, parla di diversi livelli di sinodalità e, ad un tempo, chiama a «riflettere per realizzare ancor più […] le istanze intermedie della collegialità, magari integrando e aggiornando alcuni aspetti dell’antico ordinamento ecclesiastico».[21]
Perciò, matureremo una vasta sinodalità anche passando attraverso esperienze sinodali significative vissute a tutti i livelli: dalle parrocchie alle foranie, da queste alle zone pastorali, alla vita diocesana. Insomma, stimoli partecipativi debbono sprigionarsi e animare ogni giorno la vita delle persone. Solo così può venire, in termini sinodali, il di più o il “grande resto”, che da tanto tempo si spera, cioè che la chiesa diventi chiesa di tutti e per tutti.[22] Risulta chiaro, di conseguenza, che il punto d’inizio della riscoperta della sinodalità sia la parrocchia quale prima comunità eucaristica, che ascende verso la chiesa diocesana e verso la chiesa universale.

3. Non solo stile sinodale. Oggi si parla molto di stile sinodale. Serve, infatti, raccogliere un’idea comunionale molto coltivata nel primo Millennio cristiano, che trovava il suo segno di riconoscimento nel principio: «Quod omnes tangit ab omnibus tractari debet», [Ciò che riguarda tutti va trattato da tutti]». È una regola sinodale, che non ha perso la sua attualità.[23] Molto prezioso e vitale è lo “stile sinodale”, ma solo se si congiunge, con retta sintassi teologica, a un altro elemento immancabile: «Due temi possono mettere alla prova oggi lo Spirito e la sposa: lo stile sinodale e l’evento sinodale. Sono due capitoli che rivelano se la cura animarum sfugge al duplice pericolo dell’idealismo spiritualista e del pragmatismo organizzativo. La chiesa è più di un ideale o di un’organizzazione: è mistero e storia, è libertà e legame, è carisma e istituzione, è anima e corpo. Nessuno può pretendere di sequestrare da solo una dimensione».[24]
4. Tre forme di stile sinodale per i pastori. Per tutti i soggetti della comunità cristiana le forme di stile più necessarie sono: l’accoglienza, la convivialità e il dialogo. Ma, per i pastori, esse sono più numerose. Potremmo ipotizzarne tre:

1) Lo “stile di Geremia”. Il Profeta di Anatot suggerisce un saggio stile comportamentale ai pastori: occorre mirare a una riforma attenta e rigorosa, non concepita come atto di rigida accusa (mishpat = giustizia) che porta al giudizio e alla condanna del colpevole; essa dev’essere un atto pedagogico, che rechi i tratti del rib, il procedimento contraddittorio che ha come scopo di far prendere coscienza il colpevole del male fatto e di condurlo al ravvedimento e alla richiesta di perdono.

2) Lo “stile del Battista”. Lo “stile del Precursore” è fatto di onestà e discrezione: «Io non sono il Cristo. […] Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo» (Gv 3,29-30). Anche i pastori sono quelli mandati avanti a preparare la strada su cui deve passare Cristo e di porsi, gioiendo, al seguito di lui, come dice sant’Agostino: «Transit Jesus ut clamemus» (Sermo 88, 10, 9).

3) Lo stile di Maria di Nazaret. C’è un “testamento” della Vergine-Madre ed è la consegna da lei fatta ai servi alle nozze di Cana: «Fate quello che vi dirà» (Gv 2,5). Maria insegna Cristo, nel senso etimologico della parola (in-segna), non se stessa: lei devia verso di lui. Il suo gusto è l’essere memoria di lui e di portare a lui.

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[1] P. Vanzan–A. Auletta, La parrocchia per la nuova evangelizzazione tra corresponsabilità e partecipazione, AVE, Roma 1998; A. Fallico, Parrocchia diventa ciò che sei. Riflessione teologico-pastorale sulla centralità della parrocchia, Chiesa Mondo, Catania 2003; E. Bianchi – R. Corti, La parrocchia, Qiqajon, Magnano (BI) 2004; A. Ruccia, Itinerari di fede per la parrocchia, Dehoniane, Bologna 2005.
[2] Cf. F.G. Brambilla, La parrocchia oggi e domani, Cittadella, Assisi (PG) 2003.
[3] Cf. V. Bo, La parrocchia tra passato e futuro, Cittadella, Assisi (PG) 1977, pp. 190-198; e ancora: V. Bo – S.Dianich – G. Cardaropoli, Parrocchia e pastorale parrocchiale, Dehoniane, Bologna 1986, 195-198;
Aa.Vv., Chiesa e parrocchia, Elledici, Torino 1989; Aa.Vv., Scommessa sulla parrocchia, Àncora, Milano 1989.
[4] Lettera apostolica Evangelii gaudium (24.11.2013), n. 20.
[5] Cf. la scelta della Chiesa in Italia: CEI, Nota pastorale “Il Volto missionario delle parrocchie in un mondo
che cambia”, Elledici, Leumann (TO) 2004.
[6] Cf. G.M. Abate, La parrocchia è possibile salvarla?, Edizioni Segno, Tavagnacco (UD) 2012.
[7] Cf. P. Terziarol, La rotta dei pescatori. Per un rinnovamento della pastorale, Elledici, Leumann (TO) 2010.
[8] Cf. Lumen gentium, n. 6.
[9] Cf. M.G. Masciarelli, La Chiesa è missione. Prospettiva trinitaria, Piemme, Casale Monferrato (AL) 2016.
[10] Cf. Id., Il popolo trinitario, Istituto Teologico Abruzzese-Molisano “Pianum”, Ofsett, Chieti 1985.
[11] Cf. Id., La Chiesa, comunità di discepoli, in Kairós 2 (2002/2) 83-161.
[12] Cf. Id., Un popolo sinodale. Camminare insieme, Tau Editrice, Todi (PG) 2016.
[13] Ibidem, pp. 187-189. Cf. T. Stenico, Il vocabolario di papa Francesco, Ed. Imprimatur, Reggio Emilia 2003.
[14] Papa Francesco, Ai vescovi di Polonia [27.7.2016], in occasione della Giornata mondiale della gioventù 2016.
[15] Lettera apostolica, Tertio Millennio Ineunte [6.1.2001], n. 31.
[16] Lettera apostolica Evangelii gaudium (24.11.2013), n. 28. Da ora in poi: EG.
[17] EG, n. 28.
[18] EG, n. 28.
[19] Cf. M.G. Masciarelli, Il mistero del volto, San Paolo, Cinisello B. (MI) 2008.
[20] Cf. Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari 2002; Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affet-tivi, Laterza, Roma-Bari 2005; Paura liquida, Laterza, Roma-Bari 2008; si veda anche S.M. Perrella, «L’amore agapico cristiano in un contesto di cultura “liquida”: l’insegnamento di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI», in F. Ceravolo, Sulle ali della carità, Luigi Pellegrini Editore, Cosenza 2008, pp. 7-52.
[21] FRANCESCO, Discorso per la commemorazione del 50° dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi (17.10.2015), in L’Osservatore Romano, 18.10.2015, p. 5. Da ora in poi sarà indicato: Discorso.
[22] Cf. G. Frosini, Una Chiesa di tutti. Sinodalità, partecipazione e corresponsabilità, Dehoniane, Bologna 2015.[23] Cf. Y. Congar, Quod omnes tangit, ab omnibus tractari et approbari debet, in Revue historique de droit français et étranger 36 (1968), specialmente le pp. 222-224.
[24] F.G. Brambilla, Liber pastoralis, Queriniana, Brescia 20174, pp. 26-27.


Fonte: Michele Giulio Masciarelli, vicario zonale di Francavilla al Mare

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