23 Settembre 2021
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Quando Gesù aprì il Cielo per gli uomini

11-06-2021 08:16 - SPIRITUALITÀ
di:
Michele Giulio Masciarelli

Essere sempre con il Signore è una possibilità che appare con certezza nel Nuovo Testamento. Gesù assume come vera la deduzione che la “corrente dei Pii” (che è matrice del gruppo dei Farisei) aveva elaborato dopo le guerre maccabaiche contrapponendola alla visione dei Sadducei, che erano chiusi all’idea di un’esistenza ultraterrena (cfr. Marco 12,18-27). L’aspetto più rimarchevole di tale fede in una vita oltre la morte è d’indole cristologica. Infatti, la fede che tutto regge è quella che riguarda l’essere con il Signore: questa è verità che investe già il passato e il presente e che raggiungerà la sua pienezza in Cielo. Questa certezza si basa sulla risurrezione di Gesù che vince la morte e le cambia nome: da fine di tutto la trasforma in un principio di vita nuova. Questa stessa certezza è fortificata e nutrita dall’evento eucaristico, in quanto memoriale sia della morte che della risurrezione che ad essa reagisce come efficace rimedio (cfr. Giovanni 6,51-58). Perciò, la vita eterna è la compagnia trinitaria nella gloria per quelli che saranno stati «vincitori», per quanti avranno superato la pro va della fedeltà al Dio trinitario. Gesù, il Figlio glorificato, ha ottenuto la grande vittoria ed ora siede alla destra del Padre. Chi vince con lui la battaglia della vita, siederà con lui sul trono del Padre. Non può essere promesso nulla di più grandioso della partecipazione alla potenza ed alla gloria del Signore: «I vincitori li farò sedere insieme a me, sul mio trono, così come io mi sono seduto da vincitore insieme al Padre mio sul suo trono» (Apocalisse 3, 21).

Cristo ha aperto a tutti gli uomini la porta del Cielo

Gesù, col suo ritorno al Padre, ha aperto per sé e per tutti l’accesso al mondo “celeste”, che sarà la sede dell’umanità rigenerata. Egli ne è il primo abitante, ma un giorno dovrà accogliere l’intera famiglia umana. Con il mistero dell’Ascensione di Cristo, il Padre mostra la più grande solidarietà verso gli uomini; si tratta infatti della solidarietà della salvezza piena e definitiva: «Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù» (Efesini 2, 6). Si tratta di una “grazia della solidarietà ”annunciata al passato («ci ha... risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli...»): è la versione impegnativa del mistero, poiché afferma un’opera già efficacemente realizzata dal Padre.

Cristo, porta del cielo

L’entrare di Gesù nel Tempio di Gerusalemme simboleggia la sua entrata nella Gerusalemme celeste. Egli, confuso fra altri pellegrini, entra nel Tempio di Gerusalemme simboleggia il suo entrare nel Cielo, simboleggiato a sua volta Cristo ha aperto la porta del Cielo, l’ha attraversata e, dopo di lui, tutti possono accedervi. Dopo che il Signore è entrato in Cielo, per tutti gli uomini, senza alcuna eccezione, è possibile l’accesso al mondo di Dio. Ma possiamo dire di più: Cristo è la porta del cielo. Gesù stesso amò chiamarsi la porta: «Io sono la porta» (Giovanni 10, 7). Attraverso Gesù, dunque, ossia passando attraverso la sua vita e la sua opera di Mediatore, si entra nella «casa del Padre» (Giovanni 14, 1). Per questa porta misteriosa noi siamo già passati: essa si è aperta con il Battesimo e con l’Unzione dello Spirito, permettendoci di arrivare al Calice eucaristico. «L’uomo vecchio muore alla soglia del tempio, mentre l’uomo nuovo risuscitato con Cristo, entra e sta nel tempio della gloria» (Pavel Evdokìmov). Il nostro passaggio al cielo, attraverso la porta di Cristo, è pertanto simboleggiato e profetizzato dall’evento dell’iniziazione cristiana. Se si chiudesse la porta di Cristo, in cielo non entreremmo.

Maria, “Janua Coeli” per grazia

La porta fondamentale per entrare in Cielo è Cristo; l’altra porta è Maria, la Madre di Gesù, dal popolo cristiano chiamata con convinzione di fede “Janua Coeli”. C’è una nota mariana sul tema quella porta del Cielo. Maria di Nazaret, nelle Litanie lauretane, è detta Janua Coeli, porta del Cielo. Ma le stesse litanie la chiamano Maria Regina del Cielo. Fra noi, in terra e nel tempo, non è possibile che una Regina sia anche portinaia della reggia. Maria invece è Regina del Cielo, porta e portinaia del Cielo. E questo perché il Cristo è a un tempo la “porta dell’ovile” e il pastore. Egli dici: ego sum ostium ovium, io sono la porta delle pecore (cfr. Giovanni 15, 5; 6, 3a; 14, 6; 8, 12; 10, 7), ma egli afferma anche: ego sum pastor ovium, io sono il pastore delle pecore (cfr. Giovanni 10,7-9; 10,11-14). Dunque, porta e pastor, come s’esprime Giovanni XXIII nel minuto frammento di una sua Allocuzione durante la terza sessione del Sinodo Romano (27.1.1960): «Notevole questo particolare — osservava Papa Roncalli — Le due immagini della porta del gregge: ostium ovium e del pastor bonus si veggono associate e si rincorrono nelle parabole del linguaggio di Gesù. Si direbbe persino che una è posta in rapporto con l’altra sino a camminare dello stesso passo».
È significativo quanto troviamo, su Maria porta del Cielo, nell’inno Akathistos o Acatisto appartiene alla tradizione liturgica della Chiesa ortodossa ed è una composizione in cui si loda un santo, un evento liturgico o una persona della Trinità. Tale nome indica anche l’omonimo poema dedicato alla Vergine Maria che, nella liturgia bizantina, si canta in piedi il quinto sabato della Quaresima (cfr. E.M. Toniolo, Antico inno alla Madre di Dio, Centro di Cultura Madre della Chiesa, Roma 1996). L’inno Akathistos canta nella stanza 15 al verso 9: «Ave, Tu porta di sacro mistero». Questa è espressione ardita e di altissima vibrazione poetico-teologica: una creatura, sebbene eccelsa qual è Maria, è chiamata “porta del mistero di Dio”, volendo dire che Maria è con esso in un rapporto intimo, in una mutua immanenza. La “porta” è per essere attraversata nei due sensi: lei è stata “porta” perché il Salvatore entrasse nella storia degli uomini (incarnazione), ma è “porta” anche perché gli uomini uscissero figli dal Fonte battesimale e, perché figli, entrassero in Cielo passando per la “porta” di Cristo: questo perché lei è stata «la porta che ha generato la Porta» (Romano il Melode, poeta-teologo del VI secolo). Fortunatamente, il mistero di Dio è un “mistero forato” e lo è anche perché Maria è stata “porta del mistero”.

Il “ritorno” del Figlio dentro la Famiglia trinitaria

Per qualificare la novità che connota l’ingresso di Gesù nella realtà del Dio trinitario la Scrittura usa il termine «cielo»: «Il Signore Gesù, dopo aver loro parlato, fu assunto in cielo e si assise alla destra di Dio» (Marco 16,19; cfr. Atti 1,9-11). L’Ascensione celebra Gesù che compie il suo «ritorno al Padre» (Giovanni 3, 13; 6, 62). Questo ritorno non ha il senso di una fuga ma di una vittoria e di un trionfo; perciò, Gesù afferma: «È bene per voi che me ne vada» (Giovanni 16, 17). Ma perché l’Ascensione implica una “convenienza” per noi?

Con la nostra umanità dentro la vita trinitaria

«Con la risurrezione ed elevazione di Gesù un “frammento del mondo” è giunto definitivamente a Dio e da Dio è stato definitivamente accolto» (Walter Kasper).
L’Ascensione è evento di gloria che riguarda il Cristo, ma è anche evento di grazia che riguarda noi: quel “frammento del mondo” che ha portato in cielo è anche la nostra umanità. Ma chiediamoci: Fin dove il Glorificato la porta? Cristo Signore, con l’Ascensione, ha portato la nostra umanità fin nel seno della Trinità, immettendola nel vortice del rapporto essenziale ed eterno di filiazione che unisce il Figlio al Padre nell’unico essere divino, e nell’azione di spirazione del Padre e del Figlio, dalla quale eternamente procede lo Spirito. La nostra umanità, rimanendo se stessa, è stata introdotta per sempre nel misterioso circolo vitale della Trinità, in quanto unita indissolubilmente al Figlio fin dal momento dell’Incarnazione, ma anche per tutta l’eternità. Pur potendo solo balbettare intorno a misteri, si può tuttavia dire che qualcosa di nuovo è accaduto dentro la vita del Dio trinitario dal momento che Unus de Trinitate si è incarnato, ha patito, è morto, è risorto ed è asceso al cielo.
Una vita nuova ormai vibra in Dio, non nel senso che qualcosa sia mutato o aggiunto alla realtà perfetta e immutabile della Trinità, ma nel senso che il modo di agire di Dio conosce la condizione nuova venutasi a costituire nel Figlio eterno, dopo che egli ha portato con sé la natura umana assunta e glorificata, rendendola partecipe della vita trinitaria. Il Figlio ormai, anche in quanto uomo, è destinatario dell’atto generativo del Padre; così pure, il Figlio, anche in quanto uomo, forma con il Padre il co-principio dell’atto spirativo che fa procedere lo Spirito. Cosicché, l’Ascensione di Cristo è anche il vertice più alto e insuperabile al quale poteva essere condotta la nostra povera natura umana: tutto di noi, spirito e corpo, è stato immerso nell’infinita vita trinitaria. Il nuovo modo di essere del Cristo è eterno, ed è la causa e la forma della sorte gloriosa alla quale Dio chiama l’uomo.

Anche la Croce è entrata in Cielo

In cielo il Cristo ha recato tutto di sé: la sua Incarnazione, la sua passione e perfino la sua Croce; questa non resta fuori del cielo, ma vi entra come vessillo glorioso, per sempre. Risorgendo, il Cristo ha lasciato certo nella tomba la condizione dell’uomo terrestre e mortale per assumere quella dell’uomo nuovo, compenetrata e dominata dallo Spirito; ha operato il passaggio dalla forma servi alla forma Dei (Filippesi 2, 7). Tuttavia, la Croce non è annullata né vanificata: essa è piuttosto trasformata e glorificata; anzi, la glorificazione e l’esaltazione di Cristo inizia con la Croce. Ancora più radicalmente, va ricordato che neppure l’Incarnazione è cancellata: l’Incarnazione dolorosa e “servile” è la premessa necessaria della glorificazione di Cristo. Incarnandosi in «forma servi» il Figlio di Dio si era come “allontanato” dal cielo, dal Padre, dalla gloria; ora, “ritornando”, ritrova, anche come uomo, la dignità e la potenza che gli appartengono per diritto di nascita. Dall’umile culla di Betlemme e dall’infamante luogo del Golgota, Gesù prende il volo verso il cielo e attira tutti a sé (cfr. Giovanni 12, 32).

Gesù, ascendendo al Cielo, completa il disegno salvifico

La corona dei misteri di Cristo ha, dunque, una gemma preziosissima nell’ascensione. È solo verso il 370 che si comincia a onorare con una festa particolare l’Ascensione del Signore, il quarantesimo giorno dopo la Pasqua, in conformità alla narrazione dell’evento fattane dagli Atti degli Apostoli (1, 1-14). L’arco dell’esistenza di Gesù è compreso fra due punti estremi e reciproci: l’Incarnazione e l’Ascensione. Questi due misteri sono uniti da una stretta “logica”: soltanto colui che è «uscito dal Padre» può far ritorno al Padre: Cristo (cfr. Giovanni 16, 28); «nessuno è mai salito al cielo fuorché il figlio dell’uomo che è disceso dal cielo» (Giovanni 3, 13). L’Ascensione completa quello che l’incarnazione ha iniziato, perché al movimento kénotico dall’alto verso il basso fa corrispondere il movimento glorioso dal basso verso l’alto: il Figlio di Dio è disceso dal cielo per farci salire con lui alla destra del Padre. Senza questa risalita al Cielo non si comprenderebbero né la venuta del Figlio dentro la storia umana, né la sua vita terrena, né la sua passione, né la sua morte, né la sua Risurrezione. L’Ascensione fa del cristianesimo una “religione” nuova: è religione per mezzo di quel Figlio che, venendo dal Cielo in questo mondo, ha inaugurato l’intima compagnia personale di Dio con l’uomo in una forma umile e kénotica, velando la sua gloria; il Cristo, salendo da questo mondo in Cielo, farà continuare tale compagnia per l’eternità in modo glorioso. È stato detto che il cristianesimo non è religione (ricerca di Dio da parte dell’uomo) dal momento che è rivelazione, incarnazione, auto-comunicazione di Dio e sua autonoma ricerca dell’uomo. Ma il cristianesimo, con l’Ascensione, mostra di essere anche religione, perché si presenta come cammino verso Dio: «Io vado a prepararvi un posto; quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, ritornerò e vi prenderò con me» (Giovanni 14, 3). Questa dimensione religiosa del cristianesimo non è data dall’uomo, ma da una condizione profondamente nuova suscitata dal Dio trinitario.

L’Ascensione segna la massima altezza del cristianesimo

In verità l’Ascensione è un mistero trascurato nella predicazione, dimenticato nella catechesi, poco indagato dalla teologia. Eppure, il suo senso misterico conosce la vertigine della kénosi dell’incarnazione, possiede la radicalità della Croce, pareggia la profondità della discesa agli inferi, condivide la glorificazione della risurrezione, è causalmente legata alla Pentecoste, profetizza la condizione parusiaca del Cristo giudice e pantocratore. La Risurrezione non conclude i misteri cristiani, né pone le ultime condizioni per l’effusione dello Spirito sulla famiglia umana. L’umanità che il Cristo ha unito a sé, che ha lavato nel suo sangue e ha fatto apparire dinanzi a lui santa e immacolata nello splendore della risurrezione, l’introduce nella casa del Padre con l’evento dell’Ascensione. Si tratta, allora, d’inchinarci con pietà sul segreto di grazia e di gloria che questo mistero di Cristo conserva. Va aperto con tocco lieve della mano lo scrigno che custodisce questo mistero, che va contemplato con lo sguardo attento della fede e rapportato con delicato discernimento all’esistenza credente dei singoli cristiani e delle Chiese. Soprattutto l’Ascensione segna la massima altezza del cristianesimo: se la massima profondità della discesa agli inferi (kénosi infernale), la risalita al Cielo di Cristo ne indica il vertice insuperabile (doxa celeste).


Fonte: L'Osservatore Romano

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