02 Dicembre 2020
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Ognissanti, gli occhi al Cielo, il "Nord di Dio": l'omelia del 1° novembre

02-11-2020 21:03 - SPIRITUALITÀ
1. La bellezza piena del Cielo

Della bellezza eterna si può e si deve parlare, poiché di Dio si può e si deve parlare: «Sventurati coloro che tacciono di te» (Vae tacentibus de te), afferma con ragione sant’Agostino (1) che, per il suo santo acume teologico, merita di essere scelto come ‘maestro di bellezza’, soprattutto quando si tratta del Cielo di Dio o del «Nord di Dio», come s’esprime von Balthasar: alla sua scuola, occorre subito premettere che si potrà solo balbettare qualcosa sulla bellezza ultima, prendendo necessario spunto dall’esperienza difettosa e parziale del bello che facciamo nell’incertezza del tempo e nella frammentarietà delle cose umane.
Il Cielo è infinitamente ricco di gloria perché è il santo grembo della Trinità, il santo cuore del Padre. Perciò il Cielo è il «luogo» della perfezione dell’uomo, perché in nessun altra condizione ultima questi potrà essere maggiormente arricchito da Dio, poiché solo lassù Cielo «Dio sarà tutto in tutti» (1 Cor 15,28): «Egli sarà il compimento [finis] di tutti i nostri desideri, perché sarà veduto senza fine, amato senza ripulsa [fastidio], lodato senza stanchezza […]. Lì riposeremo [vacabimus] e vedremo, vedremo e ameremo, ameremo e loderemo. Ecco quel che si avrà senza fine alla fine» (2). Il Cielo, perché «luogo» di pienezza di gloria, è anche «luogo» di piena bellezza, che s’irraggia per sempre e in tante forme diverse.
Per mirare al vertice della bellezza del Cielo la saggezza cristiana suggerisce di non dimenticare i poveri dell’esperienza del bello che facciamo in terra: il contrasto dell’ultima bellezza con la prima aiutano a capire la grandiosità di quella e l’importanza di questa. È ancora il magnifico ‘maestro di bellezza’ che si guida nello scrutare dalla bassezza di questa valle i bellissimi Cieli a rendercene conto: «In questo mondo, – l’Ipponense – immersi in tanto splendore e in una bellezza che quasi non dubiteresti a qualificare come ineffabile, accanto a te vivono anche i vermiciattoli e i topi e tutti gli esseri che strisciano sulla terra: esseri di questa levatura vivono insieme con te in questo magnifico splendore. Quale non sarà lo splendore di quel regno dove insieme con te non vivranno se non gli angeli?» (3).

2. Pieno compimento dei desideri

Ha scritto Benedetto XVI che «l’autentica definizione della storia della salvezza si può sintetizzare nella parola ‘sovrabbondanza’» (4). Questo pensiero, di fatto tematizza teologicamente una sua preghiera liturgica: «O Dio, fonte di ogni bene, che esaudisci le preghiere del tuo popolo al di là di ogni desiderio e di ogni merito, effondi su di noi la tua misericordia: perdona ciò che coscienza teme e aggiungi ciò che la preghiera non osa sperare» (5). A tale convincimento di fede la chiesa è stata educata anche dalla frequentazione della teologia patristica (6), oltre che dalla sua esperienza delle Scritture che Scritture che, senza bisogno di dimostrazioni, fanno del sovrabbondante amore della misericordia un primo principio fondante dell’intera rivelazione. Il Cielo sorpassa ogni desiderio. L’importanza del desiderio, quando parliamo di Cielo, sta nel fatto che esso è il filo invisibile, fra i pochi che abbiamo, per unirci da lontano alla realtà beata di lassù.
Il desiderio non è vaghezza o stravaganza, spirito vanesio e disimpegnato: il desiderio è spinta, che va però acconsentito, motivato e nutrito, sul tema nostro di sviluppare la tensione verso il Cielo. Poiché «ogni inizio di perfezione è ordinato alla pienezza di essa, che è il suo fine ultimo», ed «ogni cosa tende attivamente a conseguire il fine desiderandolo» dall’imperfetto possesso iniziale dei beni divini soprannaturali ricevuti dai cristiani sulla terra si sprigiona una tendenza attiva a possedere quei beni perfettamente in cielo» (7). Soltanto «quando saremo giunti alla beatitudine perfetta, non resterà più nulla da desiderare perché in essa godremo pienamente di Dio e otterremo anche tutta quella gioia che potremmo aver desiderato di ricevere dagli altri beni. Allora il gaudio dei beni perfettamente pieno (superplenum) perché otterranno più di quanto sarebbero capaci di desiderare. Sicché quel gaudio assolutamente (omnino) non sarà contenuto nei limiti della natura umana dei beati entreranno in esso» (8).

3. Una felicità senza vuoti

Sulla terra esperimentiamo solo una felicità parziale... Qui abbiamo la tendenza a pensare a noi stessi, ma nel Cielo le cose saranno differenti; lì realizzeremo lo scopo finale dell’uomo: glorificare Dio e goderlo per sempre. In questo mondo la visione del bello può perfino stancare o può almeno lasciare insoddisfatti perché si vede solo una bellezza limitata, invece quando vedremo la bellezza di Dio, non ci sazieremo mai di contemplare.
La bellezza di Dio non perderà mai il suo valore e il suo fascino: «Perciò sii fedele a Dio poiché è immutabile [tene ergo Deum, quia numquam vilescit], poiché non c’è niente di più bello. Là vi sarà anche, in certo qual modo, una sazietà insaziabile. Poiché non avvertirai una sazietà che ti faccia desiderare di scostarti né ti mancherà qualcosa di cui tu debba quasi avvertire il bisogno» (9). Se già la gente nell'anfiteatro si diverte a vedere un cacciatore, quanto più noi ci diletteremo allo spettacolo di vedere Dio: «se lo desideriamo e vi perseveriamo, noi lo vedremo e ne godremo» (10).
In Cielo alla bellezza d’una felicità senza ombre. Lassù Dio, e non l’uomo, sarà il centro di ogni cosa, e la sua gloria sarà la realtà dominante. Le persone profondamente innamorate trovano un’assoluta felicità nella presenza reciproca e vorrebbero che quei momenti durassero per sempre. «La piena visione della bellezza ineffabile procura la massima felicità» (11). «Allora non peccheremo perché vedremo questo volto che supera ogni desiderio [concupiscentias]. Infatti ha tanta dolcezza, fratelli miei, è così bello che dopo averlo visto non c'è nient'altro che possa procurare diletto» (12).
Questo godimento esaltante (perflui) è paragonabile al delizioso abbraccio degli amanti o, meglio, al godimento incomparabile della verità. All’ineffabilità del bello da vedere – che Agostino attribuisce alla seconda Persona divina – corrisponde l’effetto: il godimento inesprimibile. «Mediante questa [fede che opera in virtù della carità: Gal 5,6] progrediscono ogni giorno nella virtù i fedeli desiderosi di arrivare [...] alla visione di Dio. La dolcezza e il diletto della visione di Dio sorpassa tutto lo splendore delle anime giuste e sante quanto si voglia; oltrepassa la magnificenza degli Angeli del cielo e delle Virtù, insomma tutto ciò che non solo può dirsi, ma anche pensarsi di Dio» (13).

4. Un pieno di amore

L’amore riempie il Cielo per sempre. L’amore eterno del Cielo ha la funzione capitale di farlo vibrare di vita, mentre abilita gli uomini ad abitare il Cielo. Le tante dimensioni e ricchezze dell’uomo sono adatte, non per sé stesse, ad essere assunte in Cielo o, meglio, si diventa cittadini del Cielo non perché si possiedono tanti beni umani, naturali e spirituali, ma perché li si vive amando: chi non ama quello che ha, – afferma sant’Agostino – anche se quello che ha è ottimo, non può essere beato (14), per il motivo che – aggiunge – la beatitudine si ha con la vicinanza e l’adesione a Dio, che si può avere soltanto con l’amore (15). Il Cielo è l’amore eterno, la felicità e la realizzazione piena della creatura. In Cielo la sete di felicità – che mai si compie appieno nemmeno nelle cose più belle e più vere, e che spesso viene cercata nelle soddisfazioni peccaminose – trova la sua perfetta estinzione.
In concreto, la vita di Cielo è il rapporto d’amore con Dio e fra gli uomini, rappresentato dall’immagine biblica del banchetto di nozze, nel quale si beve il vino nuovo e si mangiano eccellenti cibi, nutrienti e prelibati, serviti da Cristo stesso. La contemplazione della bellezza di Dio in Cielo provocherà un dinamismo d’amore verso di lui: «Ma quando saremo giunti alla presenza di Dio, – si chiede sant’Agostino – come non ci infiammerà quell’amore senza inquietudine che proveremo dinanzi al suo volto che ora desideriamo e a cui aneliamo?» (16). L’amore dei beati in Cielo corrisponde alla visione beatifica e, perciò, sarà imparagonabilmente più intenso che sulla terra, per il motivo che Lassù l’amore s’accresce nel vedere Dio direttamente e, a causa dell’amore sempre più fervido, aumentano indicibilmente l’intensità e il desiderio di vedere Dio. Sempre si deve amare Dio, già nell’aldiqua, ma nell’Aldilà Egli è ancora più amabile: «Dio è un tale bene: quanto più lo si prova, tanto più lo si brama, cerca e ama» (17).

5. Un’amicizia senza limiti e senza ombre

La vita eterna non necessariamente deve sottostare alle regole della vita terrena e, perciò, può darsi in Cielo una forma di amicizia purificata, perfezionata – alta ed elevata al pari di tutte le realtà celestiali –, capace anche di congiungere l’illimitatezza e la particolarità, in affinità col mistero di comunione, che non distrugge mai, ma comprende la singolarità dentro di sé e ne vive (18). L’esistenza dell’amicizia in Cielo confermerebbe come il cristianesimo, fino alla fine, riesca a realizzare in pienezza l’ossimoro del massimo della comunione e del massimo della singolarità fra gli uomini. Soprattutto se il Cielo è un ‘luogo’ pienamente umano, deve esserci spazio per un’amicizia vera, purificata e pura, singolare e universale, con Dio, fra gli uomini e con la creazione intera.
La pienezza dell’amicizia celeste, oltre che l’eliminazione dei limiti e il perfezionamento dei pregi dell’amicizia terrena, e data dal processo di eminentizzazione che moltiplica smisuratamente i punti positivi di quella terrena. Ma più ancora, in coerenza con tale processo, è possibile pensare anche ad aspetti sconosciuti o perché solo impliciti nell’amicizia terrena o perché radicalmente nuovi, come conviene dire nel contesto dei Novissimi che così si chiamano perché parlano di realtà così nuove che non ancora accadono del tutto e, meno ancora, nella perfezione.
La teologia non deve imboccare la strada larga della fantasticazione, ma certamente è obbligata a conoscere la strada stretta (rigorosa anch’essa) della discrezione, che sa rinunciare alla pretesa di conoscere con sicurezza l’intero territorio dell’analogia, che talora mostra plaghe picchettate che forse converrebbe esplorare per accertarsi della loro disponibilità e praticabilità di uso. In parole diverse, la teologia deve essere meno ripetitiva e sommaria ed esplorare di più intorno alla realtà beata.

6. La vita piena ed eterna

La ‘vita eterna’ è una vita pienamente vita e pienamente eterna, e questo perché è, per gli uomini il vivere di Dio e al modo di lui. Dicendo questo diciamo l’elemento specifico più importante della ‘vita eterna’, che consiste, perciò, nella qualità divina di tale vita e non solo né anzitutto in una vita connotata per la sua quantità temporale smisurata e interminabile. «Il concetto di ‘vita eterna’ non si riferisce primieramente al tempo, ma alla qualità della vita. Non è neppure un concetto neutro, valido per ogni esistenza dopo la morte (indipendentemente dal fatto che si tratti di una esistenza riuscita o di una esistenza fallita), ma in pienezza. Vita eterna significa vita in pienezza» (19). Resta da dire che tale ‘pienezza di vita significa piuttosto «illimitatezza di una felicità che – in forma spezzettata e limitata – s’intravede già nelle esperienze positive della vita attuale. La vita eterna non prende il posto della vita terrena, ma inizia già in essa. Non è un sostituto della vita attuale, ma il suo compimento» (20).
‘Vita eterna’ è un ossimoro non consegnato sine die alla rigorosa analisi di una logica umana o filosofica, ma è un ossimoro da trattare teologicamente perché si regge, come è stato ora detto, sull’ansa del mistero: il suo fiume non si vede, ma non è assente. ‘Vita eterna’ non è né un garbuglio logico né una strenua sfida logica: piuttosto indica un evento di vita che ci tocca. Parlando di ‘vita eterna’ de re nostra agitur: si tratta della nostra ultima e più decisiva relazione di vita: «La relazione Vita “eterna” è quindi la relazione personale con Dio che continua, per chi è fedele all’alleanza, anche oltre la morte, non come prolungamento indefinito dell’esistenza terrena, ma come partecipazione alla vita di Dio, l’Eterno, il Vivente, che si manifesta tale rimanendo fedele alla sua promessa» (21).

____________________________________________________
(1) S. AGOSTINO, Confessioni, 1,4,2.
(2) S. AGOSTINO, La città di Dio, XXII, 30, 1; 30, 5.
(3) S. AGOSTINO, Esposizioni sui Salmi, 144, 15.
(4)Introduzione al cristianesimo. Lezioni sul simbolo apostolico, Queriniana, Brescia 1969, pp. 210-211.
(5) MESSALE ROMANO (Vetus ordo), Orazione-Colletta della XXVII Domenica del tempo ordinario – Anno C.
(6) Basti una sola esemplificazione: «Ricordiamole la benignità di Dio, la sovrabbondanza della sua bontà e l’immensità della sua misericordia, per rallegrarci, ancor più che lei, dell’immenso dono del Dio di tutte le cose, il quale vuole che tutti gli uomini si salvino e giungano alla conoscenza della verità, e non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva (Ez 18,23 )» (GIOVANNI CRISOSTOMO, Omelie sul Genesi, 29).
(7) S. TOMMASO, S. Theol., I-II, q. 1, a. 6 e q. 62, a. 3, co.
(8) S. TOMMASO, S. Theol., II-II, q. 28, a. 3, co.; cf. ad 2um.
(9) S. AGOSTINO, Discorso 125, 11.
(10) S. AGOSTINO, Esposizioni sui Salmi, 147, 3.
(11) Enchiridion, 5, 1.
(12) S. AGOSTINO, Discorso 170, 9.
(13) S. AGOSTINO, Lettere, 189, 3, al generale Bonifacio.
(14) Cf. De moribus Ecclesiae catholicae, 1, 3, 4.
(15) Cf. De moribus Ecclesiae catholicae, 1, 14, 24.
(16) S. AGOSTINO, Esposizioni sui Salmi, 85, 25.
(17) A. SILESIO, Il Pellegrino cherubico, tr. it. e commento di Giovanna Fozzer e Marco Vannini, Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 1989, p. 174, IV, 124.
(18) Si deve ritenere un grande pericolo la perdita della singolarità (cf. K. RAHNER, Pericoli del cattolicesimo contemporaneo, Paoline, Alba 19942).
(19) FR.-J. NOCKE, Escatologia, Queriniana, Brescia 19842, p. 154.
(20) FR.-J. NOCKE, Escatologia, p. 154.
(21) R. BATTOCCHIO, La «vita eterna» nella testimonianza biblica e nella tradizione cristiana, in CredereOggi, 29 (2009/5) 23.


Fonte: Michele Giulio Masciarelli

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