02 Dicembre 2020
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La pastorale ecologica come "pastorale dello sguardo"

21-11-2020 09:12 - LE SORTI DELLA TEOLOGIA
Carissime e carissimi che avete accettato l’invito a lavorare nella “Pastorale della cultura e dell’impegno ecologico”, sono assai contento per la seria e bella partecipazione che avete mostrato nel primo incontro avuto in Parrocchia sul nostro programma pastorale. Vi scrivo per offrire alcune tracce di riflessione sul tema che avete mostrato di voler conoscere bene: la sfida ecologica. Questa tematica affascinante e difficile chiede di essere conosciuta da voi, almeno a larghi tratteggi, per potervi impegnare a fronteggiare i problemi che pone al livello della nostra città, dell’Abruzzo, dell’Italia, dell’Europa e al livello planetario, giacché viviamo in un “villaggio globale” (H.M. Mc Luhan).

1. Dal locale alla tenda planetaria.

Carissime e carissimi! La “questione ecologica” è assai complessa: ha tante dimensioni con molte variabili e richiede un approccio multidisciplinare, da realizzare in due ottiche: quella locale e quella generale fino a dover dire mondiale. Dopo un congruo tempo informativo e formativo sulla tematica e sulla problematica ecologiche, vogliamo dedicarci a conoscere le relative problematiche locali per individuare gesti di presenza, iniziative promotrici e anche di denuncia propositiva. Un fatto deve essere chiaro è che agiremo da cristiani consapevoli della profondità e della larghezza dei nostri molteplici doveri caritativi, che sono: personali, pastorali, culturali, politici, ecologici. Da ultimo si fa viva l’urgenza di praticare, senza dimenticare le altre, due speciali forme di carità: la “carità politica”, di cui parlava già Pio XI nel suo magistero sociale e la “carità ecologica” su cui ha preso a insistere con molta passione missionaria, Papa Francesco nella sua seconda Enciclica Laudato si’ (24.5.2015), sopra ricordata, e sulla recente Enciclica Fratelli tutti (3.10.2020).

2. L’odierno interesse della Chiesa per la “questione ecologica”

L’impegno della chiesa per la difesa e la promozione dei beni che compongono la natura, che noi cristiani da credenti chiamiamo creazione, nel Novecento ha avuto una intensificazione col pontificato di Benedetto XVI, sebbene sia stato preparato dal magistero di Paolo VI e di Giovanni Paolo II (cfr. La Civiltà Cattolica 3960, 27 giugno 2015, pp. 537-551). Con papa Francesco l’attenzione a questa tematica-problematica è massima: la testimonianza maggiore è data dall’Enciclica Laudato si’ (24.5.2015) e dal Sinodo speciale dedicato all’Amazzonia (6-27.10.2019) che in larghissima parte riguarda la Terra, un tema non isolabile dal resto della creazione ed è connesso con la realtà dell’intero Pianeta, del quale spesso è usato come sinonimo.
Soprattutto la Laudato si’ ha portato all’attenzione della Comunità ecclesiale la problematica della sfida ecologica, che si pone al centro delle preoccupazioni della parte migliore dell’intera famiglia dei popoli. A questa grave preoccupazione oggi si unisce però anche la gioia di riscoprire il dono della creazione, che è la Casa comune: è il grande spazio umano che possiamo ben chiamare la “tenda planetaria”, espressione che riconcilia in sé il tema della storia e quello dell’ambiente, quello dei “giorni” e delle “cose” dell’uomo (cfr. M.G. Masciarelli, La tenda planetaria. Educare alla mondialità, Tau Editrice, Todi-PG 2014).

3. La nostra Parrocchia è chiamata ad acquistare coscienza ecologica

La lettura puntuale dell’Enciclica Laudato si’ e la partecipazione attiva e fervida alla preparazione del Sinodo speciale sull’Amazzonia (con due impegnativi articoli per Il Regno/Attualità di Bologna e dieci per L’Osservatore Romano), ma soprattutto la partecipa-zione di presenza all’intero Sinodo dell’Amazzonia, come esperto di Teologia, hanno creato in me il convincimento di dover contagiare la nostra Comunità parrocchiale degli umori di questa carità speciale, che è appunto la carità ecologica, ossia l’amore fattivo da portare verso i beni della creazione, non dimenticando che, fra questi beni e all’apice di essi, c’è l’uomo, un dono amplissimo di Dio, Creatore e Padre, che fa permanentemente a tutti. Noi siamo un dono di Dio a noi stressi… In particolare, ricordiamo che il nostro corpo è un pezzo di cosmo, di natura o meglio di creazione dato a noi allo scopo di farci essere creature viventi visibili, in grado di realizzare una concreta e constatabile comunione come fratelli e sorelle fra di noi e con le cose.

4. L’invito all’attenzione ecologica ci viene dalla stessa creazione

Un nuovo sguardo sul mondo – più attento, più responsabile, più benevolo, più continuo – è chiesto dal grido che nasce dalle gravi ferite inferte all’ambiente in questi ultimi due secoli e dall’abuso sconsiderato dei beni della Terra. Noi, come Gruppo “Pensare e Fare”, raccogliamo la sfida ecologica, alla nostra portata, senza proporci mete troppo lontane per noi, ma solo quelle possibili, necessarie e perciò anche meritorie. Questo “spicchio” di presenza pastorale nel territorio della nostra Parrocchia ha un molteplice pregio:
— Fa partecipare a una nuova e attraente pastorale che ormai investe l’intera Chiesa cattolica, che va mobilitandosi per essa a tanti livelli, il primo dei quali è quello formativo, che anche noi vorremo privilegiare.
— Crea un ideale legame con un movimento ecologico mondialistico che vede, da ultimo, coinvolto con entusiasmo e forte motivazione il popolo dei giovani.
— Aiuta la nostra Parrocchia a decentrarsi e a superare una specie di fissazione auto-referenziale sulle problematiche interne ad essa, che non le permette di avere ancora uno slancio pastorale libero, pienamente positivo e gioioso.
— Con un’apertura alla prospettiva missionario-mondiale, dentro cui si colloca l’impegno per un’ecologia integrale, si dilatano, insieme, la mente e il cuore: è un’apertura di cui in Parrocchia abbiamo grande bisogno.

5. Alcuni aspetti importanti della “questione ecologica”

— Dinanzi a un problema immane. Conviene avvertire subito che la “questione ecologica” è assai complessa: ha tante dimensioni con molte variabili e richiede un approccio multidisciplinare. È chiaro che, nel nostro Gruppo del “Pensare e Fare”, ci si può attestare a un livello di conoscenza essenziale, bastevole a ispirare, sorreggere e guidare le scelte che localmente facciamo. Restando in un’ottica pratica, va chiarito che la questione ecologica non coincide con la questione ambientale, ma da essa proviene, dopo che questa ha acquisito un orizzonte planetario, che apre a una radicale mutazione di prospettiva, che va dalla società della sussistenza alla società della crescita e dello sfruttamento; conseguentemente, oggi si è aperto un largo ventaglio di problemi, ben individuati, impostati e anche in via di soluzione (cfr. E. Morin - A.B. Kern, Terra-Patria, Raffaello Cortina, Milano 1994, pp. 33-124).

— Le voci di una “policrisi”. Serve qui abbozzare, in modo scheletrico e sommario, i vari titoli di una crisi che si moltiplica a metastasi non del tutto sotto i nostri occhi, sfuggente pertanto a ogni analisi e racconto esaustivi: 1) l’esaurimento e l’impoverimento delle risorse; 2) l’inquinamento ambientale, di terra, acqua, aria; 3) l’urbanizzazione indiscriminata.
Al livello di pensiero e di visione della problematica ecologica sono da ricordare diverse gravi carenze e notevoli criticità, insieme a istanze positive: 1) disordine demografico mondiale; 2) disordine economico mondiale; 3) crisi o tragedia dello sviluppo; 4) rischio di una vera agonia planetaria; 5) emergenza di una seria responsabi-lità ecologica nelle nuove generazioni; 6) graduale formazione di una promettente coscienza terrestre.

6. Emarginazione di Gesù dalla “teologia della creazione”?

— Gesù e l’enfasi sulla teologia della storia e sull’antropologia. È indubbio che il “Secolo breve” sia stato il secolo della “filosofia della storia”, insegnata immancabilmente al livello universitario. Nello stesso arco di tempo assai vivo è stato l’interesse per l’interpretazione del senso della storia in teologia, anche se esso è stato coltivato assai di più dai singoli teologi che negli insegnamenti accademici programmati (cfr. Henri-Irénée Marrou, Teologia della storia, Jaca Book, Milano 2010; Hans Urs Von Balthasar. Teologia della storia, Morcelliana,Brescia 1964; Karl Löwith, Significato e fine della storia. I presupposti teologici della filosofia della storia, Edizioni Comunità, Milano 1979).
Inoltre, ha contribuito a indebolire il tema creazionistico la cosiddetta “svolta antropologica”, che ha mantenuto contatti col tema della persona di Gesù e della sua opera salvifica, ma assai meno con la sua relazione alla creazione, anche perché, nel cuore e nella seconda parte del Novecento, è stato sviluppato più l’aspetto gesuologico (il meno adatto per riferirsi alla problematica protologica della creazione) che quello compiutamente cristologico. Infatti, se Gesù fosse solo uomo, non sarebbe in grado di assumere il compito di Salvatore, che va dalla creazione alla Vita futura. Parallelamente all’attenzione al compito salvifico di Gesù nella storia si è progressivamente velato il suo riferimento alla creazione. In particolare, è venuto meno lo sforzo d’innestare il tema creazionistico dentro la “teologia della storia” concependolo come suo primo momento e non come sua semplice premessa.

— La ripresa di una “teologia della creazione” in prospettiva ecologica. Fortunatamente, la “teologia della creazione”, da alcuni anni, comincia a riaversi e a ricostruire dentro di sé un forte tirante cristologico. Interessante è che questa rinascita della “teologia delle cose create” non è costruita in un’ottica introversa, ma in un’intelligente verso stelle di natura teologica di prima grandezza (dimensione trinitaria, cristologica), ma costruendosi anche con contributi di conoscenza e di sapienza provenienti dalle scienze della natura, dall’etica ecologica, dal dialogo interculturale (per esempio nei confronti dell’Islam) (cfr. M. Kehel, «E Dio vide che era cosa buona». Una teologia della creazione, Queriniana, Brescia 2009; J. Moltmann, Il futuro della creazione, Queriniana, Brescia 19932).
È assai importante che la teologia oggi sia pensata dentro un vasto orizzonte ecologico. Questo avviene alla luce di una solida teologia biblica che apre la strada a una raffinata riflessione teologica. Così Ch. Boureux propone una lettura della Creazione in prospettiva ecologica e che si preoccupa non solo della creazione oggi, ma della sua sorte futura, segno che ci troviamo verso una ripresa seria del tema creazionale (cfr. Dio è anche giardiniere. La Creazione come ecologia compiuta, Queriniana, Brescia 2016). Si aspetta che sempre di più venga recuperata all’interno del tema della creazione la mediazione di Cristo. Questo potrà accadere se, in terra cristiana, si concepirà l’ecologia integrale non solo in dimensione orizzontale, ma anche in direzione verticale, cioè trinitaria e cristologica. Creazione come ecologia compiuta, Queriniana, Brescia 2018. Cfr. anche J. Moltmann, Dio nella creazione. Dottrina ecologica della creazione, Queriniana, Brescia 20194).

7. Gesù non è separabile dalla creazione

— La creazione è opera anche del Cristo. Nella “teologia della storia” importante è stato il ruolo di Gesù concepito come il senso stesso della storia, come colui che ha decifrato il significato del tempo riempiendolo di fermenti salvifici, anzi rendendolo lui stesso, in senso definitivo, “storia della salvezza”. Ma ha eguale importanza Cristo rispetto alla creazione? La risposta è positiva, anche se sia cresciuto un forte oblio in teologia sul rapporto Cristo-creazione. Il Novecento teologico, ad esempio, ha conosciuto un duro taglio fra natura e grazia, fra natura e quanto sovrasta natura con variazioni sul tema (soprannaturale, preternaturale), come se la “storia della salvezza” avesse diversi o opposti Soggetti maggiori: infatti, al Padre è stata riferita la creazione, la salvezza al Figlio, la santificazione allo Spirito.
Le conseguenze di una simile legittima appropriazione, gestita però in modo assai rigido e grezzo, sono state delle fratture terribili all’interno del discorso teologico che, per essere davvero possibile e fecondo, doveva rimanere uno e unitario. Dunque, la creazione ha visto purtroppo eclissata l’opera del Figlio, nonostante che «tutte le cose sono state fatte per mezzo di lui (la Parola), e senza di lui nessuna delle cose fatte è stata fatta» (Giovanni 1,3) e non considerando che «in lui sono state create tutte le cose, quelle che sono nei cieli e quelle che sono sulla terra, le cose visibili e quelle invisibili» (Colossesi, 1,16). Se concentriamo l’intera creazione nella parola Vita (cosa possibile e congrua), risulterà subito chiaro vedere quanto il Cristo sia ad essa legata: vita umana (creazione) e vita eterna (glorificazione) nella visione cristiana dipendono essenzialmente dalla sua opera di Salvatore, che è «la Vita» (Giovanni, 14,1-6).

— Lo sguardo di Gesù sulla creazione. «Gesù fa propria la fede biblica nel Dio creatore e mette in risalto un dato fondamentale: Dio è Padre (cfr. Mt 11,25)» (Laudato si’, n. 96). Ciò significa che Creatore e Padre sono nomi che non vanno sdoppiati quando si parla di creazione senza meno per il fatto che nella creazione c’è l’uomo e rispetto a questi Dio è anche Padre, ma forse si può anche pensare Dio come Creatore paterno nei confronti dell’intera creazione: questo direbbe la tenerezza con cui Dio ha per l’intera opera creata e capiremmo anche la tenerezza che Gesù ha nei confronti della creazione quando ne parla per insegnare l’amore del Padre verso gli uomini.
Nei dialoghi con i suoi discepoli ricordava loro con una commovente tenerezza come ciascuna di esse è importante ai suoi occhi: «Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio» (Lc 12,6). E ancora: «“Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre” (Mt 6,26)» (cfr. Laudato si’, n. 96).
In più, papa Francesco ricorda che Gesù era stupito dinanzi alla natura e invitava ad averne stupore: «Il Signore poteva invitare gli altri ad essere attenti alla bellezza che c’è nel mondo, perché Egli stesso era in contatto continuo con la natura e le prestava un’attenzione piena di affetto e di stupore» (Mt 6,26). Gesù paragonava anche la bellezza della natura alla realtà che più gli stava a cuore, quella per cui era venuto nel mondo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo» (Mt 13,31-32) (cfr. Laudato si’, n. 97).

8. Gesù usa sapientemente lo sguardo in tre direzioni

Gesù ammirava la natura con il suo sguardo appassionato e commosso ricordando ad ogni istante che «tutto è stato fatto per mezzo di lui e per lui» (Colossesi, 1,16). Perciò, Gesù, partendo dalla natura elevava gli occhi al Padre e al Regno, mentre invitava i discepoli a cogliere nelle cose un messaggio divino e insegnava anche a noi, discepoli di oggi, ad accostarci alla creazione col suo stesso sguardo: «Alzate i vostri occhi e guardate i campi, che già biondeggiano per la mietitura» (Gv 4,35).
Gesù ha impostato la sua azione messianica molto sullo sguardo, che ha usato in tanti modi: gli occhi di Gesù dovevano essere davvero incantevoli, penetranti, amma-lianti, sol se consideriamo la straordinaria frequenza con cui gli evangelisti, soprattutto Marco, lo pongono in rilievo. Gesù usa:
• lo sguardo attorno: per invitare al raccoglimento prima della predicazione (cfr. Luca 6,20); per manifestare affetto e comunione con i discepoli (cfr. Marco 3,34); per preparare gli uditori della Parola ad accogliere gli insegnamenti più impegnativi e sorprendenti (cfr. Marco 10,23-25); per insegnare e ammonire tacendo: «Entrò a Gerusalemme nel tempio. E dopo aver guardato ogni cosa attorno… uscì con i Dodici diretto a Betania» (cfr. Marco, 11,11; e 3,5);
• lo sguardo in alto: per pregare il Padre (cfr. Marco 6,41; 7,34); per avvisare il peccatore (Zaccheo) che sta per visitarlo a casa sua (cfr. Luca 19,5);
• lo sguardo dentro: per leggere nell’intimo delle persone quando vuole imprimere in esse verità insolite (cfr. Marco 10,27; e 20,17-18); al giovane ricco: «lo guardò dentro e lo amò» (Marco, 10,21); a Pietro, quando, «fissando lo sguardo su di lui», gli diede il nome di missione (Cefa = Pietro) (Giovanni, 1,42) e quando, nell’ora del tradimento, «lo sguardò», dopo di che, «Pietro… uscito fuori, pianse amaramente» (Luca 22,61-62).

9. Gesù ci chiede di guardare la creazione con “sguardo prospettico”

L’uomo contemporaneo è quello che è, come il mondo, in cui egli vive il suo “mistero”, è anch’esso quello che è. Serve uno sguardo prospettico. Anche nei confronti della creazione c’è l’urgenza che si potrebbe usare il titolo di un libro d’un famoso critico d’arte, John Berger, che recita proprio così: È questione di sguardi (Il Saggiatore, Milano 2009): aggiungiamo “anche” per dire subito che nei discorsi e negli approcci che dobbiamo sviluppare che sono stati affrontati sul tempo e sull’uomo d’oggi non c’entra solo lo sguardo. Tuttavia, per guardare l’uomo contemporaneo e le sue “cose”, ossia la realtà creata che Dio gli ha affidato, che abita un tempo singolare e complesso, occorre adottare uno sguardo prospettico, ossia l’arte di disporre lo sguardo in modo nuovo, aggiungendo alle due dimensioni piatte (l’orizzontale e la verticale) una terza, quella della “profondità”. Quest’aggiunta ha costituito la rivoluzione che è avvenuta nella pittura da oltre cinque secoli (cfr. M.G. Masciarelli, La pastorale dello sguardo, in “Settimananews” dei Dehoniani di Bologna, 28 Luglio 2019).
L’avvento della prospettiva permette di penetrare la terra, di contemplarla, di abitarla meritevolmente, ma in piena armonia fra tutti gli umani, poeticamente, ossia con lo sguardo creativo di tutti. È bello notare che lo sguardo prospettico dinanzi alla creazione, che si sta felicemente rivalutando in questo primo ventennio del XXI secolo, porti di fatto a riconsiderare lo «sguardo cristiano», al modo dello sguardo plurale e multidimensionale di Gesù, come s’è ora ricordato riaprendo opportune pagine del Vangelo (cfr. G. Biffi, Gesù di Nazaret, centro del cosmo e della storia, Elledici, Leumann-TO, pp. 23-35).
Lo sguardo prospettico non è uno sguardo truccato con cui, mediante posizioni artefatte, si vede la creazione nelle sue condizioni attuali solo dai lati belli, sorpassando difetti e deformità. Tutt’altro: lo sguardo prospettico non evita né il discernimento severo né l’eventuale necessaria riprovazione: è uno sguardo veritiero e affidabile. Inoltre, è anche uno sguardo commovente per noi cristiani perché ci è insegnato anzitutto da Gesù, come abbiamo visto, ed è lo sguardo di noi quali con-creature delle cose, essendo usciti, insieme ad esse, dalla stessa mano creatrice di Dio Creatore e Padre.
Chiudo questa riflessione teologico-pastorale con un brano sulla creazione di un giovane e originale filosofo spagnolo – Josep Maria Esquirol – che attiva, in proposito, una riflessione lucida e stringente nel suo procedere ma anche con un delicato taglio esistenziale. Lo trascrivo sine glossa perché si spiega e si raccomanda da sé:

«Siamo testimoni dell’avvenimento della creazione. Testimoni grazie al nostro sentirci venuti alla vita; testimoni grazie al nostro vedere anche la venuta degli altri; e testimoni grazie all’essere capaci di amare e di pensare. Gli infiniti della vita creano anch’essi vita. Non siamo origine assoluta ma, nonostante tutto, siamo inizio, genesi e generosità […] Grazie all’avvenimento della creazione, qualcuno capace di vita viene alla vita; un chi capace di amare e di pensare viene alla vita; un chi capace di generare e di essere generoso. La speranza si fonda sulla creazione. E la speranza include la verità, perché anche la verità spera» (La penultima bontà. Saggio sulla vita umana, Vita e Pensiero, Milano 2019, p. 169).

Francavilla al Mare (Chieti), 24 Ottobre 2020

don Michele Giulio Masciarelli
Arciprete Parroco della Parrocchia Matrice “Santa Maria Maggiore”


Fonte: Michele Giulio Masciarelli

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