04 Luglio 2020
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Un pensiero vasto come un fiume: a 165 anni dalla morte del beato Antonio Rosmini

30-06-2020 13:35 - LE VELE DELLA CULTURA
Una preordinata armonia

Accostare Antonio Rosmini (1797-1855) nella sua grande umanità è la migliore premessa per capirne e gustarne il pensiero. C'è sempre una nota autobiografica nelle elaborazioni teoretiche di un filosofo, anche in quelle che ci appaiono al massimo oggettive e disinteressate. L'uomo è uno solo, nel suo cuore e nel suo pensiero. Questa unità di vita la si nota talora in modo più evidente e forte in alcuni pensatori anziché in altri: in Rosmini essa è talmente solida da poter dire che il pensiero illumina la vita in un ogni angolo. La famiglia Rosmini-Serbati vantava antichi e consolidati titoli nobiliari, mentre la madre apparteneva alla famiglia dei conti Formenti di Riva.
La radice sana e ricca di linfe spirituali di cui si è nutrito negli anni di formazione familiare segnerà la sua vita di uomo e di prete connotandola, fra l'altro, di una profonda e larga signorilità spirituale. I molteplici aspetti della personalità del Roveretano, anche per la forte matrice culturale spirituale della sua famiglia, sono infatti tra loro connessi da una così mirabile coerenza ed armonia. Soprattutto la forte educazione religiosa ricevuta radicò la sua vita in quella del loro nobile e antico casato e così imparasse a «respirare col respiro degli avi» (U. Muratore, Rosmini profeta obbediente, Milano 1995, pp. 7-8).

Un Santo Padre del Risorgimento

C'è del vero nel lamento elevato da Michele Federico Sciacca intorno alla provincializzazione nei cui stretti confini è restata la conoscenza di Antonio Rosmini: «Il più grande pensatore del mondo moderno» è «disgraziatamente quasi sconosciuto o disconosciuto fuori d'Italia» (M. F. Sciacca, L'interiorità oggettiva, Milano 1952, p. 88); ma anche in patria il pensiero rosminiano non è fatto circolare abbastanza. Persino nella manualistica giuridico-politica il nome di Rosmini è spesso taciuto. Fortunatamente, da ultimo, possiamo anche parlare di una sua «riscoperta» e di un «ritorno» al pensiero di Rosmini. Nel lontano 1935, G. Capograssi esprimeva l'augurio di un ritorno allo studio dell'opera dei Rosmini, condotto in modo tale da saper superare una comprensione «scolastica del suo pensiero e capace insieme di saperne cogliere il «corso fluviatile» e la «straordinaria forza» (Per Antonio Rosmini, [1935], ora in Opere, voll. I-IV, Milano 1959, pp. 103-104).
Si tratta della riscoperta di un filosofo che illumina l'intero orizzonte culturale dell'Ottocento italiano, in cui la figura del Roveretano si staglia imponente in tutta la sua grandezza complessiva. Convince il giudizio di p. Bozzetti: «Tra gli spiriti magni del Risorgimento difficilmente se ne potrebbe trovare uno che superi Rosmini per altezza d'animo e d'ingegno e per santità di vita» (G. Bozzetti, La vita di Rosmini, in Antonio Rosmini nel primo centenario della morte, a cura di C. Riva, Firenze 1958, p. 3).
Lo stesso Cavour aveva di Rosmini un'alta stima, tanto da definirlo: un Santo Padre del Risorgimento. Rosmini è una pietra miliare nella storia della filosofia moderna italiana; è un filosofo col quale conviene fare i conti; a non considerarlo c'è solo da perdere. Scrive il Mercadante: «Una cosa ci pare da dire, ed è che Rosmini da solo, con la sua forza personale di filosofo, può saltare un'epoca. C'è nella sua filosofia quanto basta per dimostrare che senza di lui e contro di lui “il pensiero moderno” ha fatto e rifatto il periplo del mondo, standosene chiuso in un'aula universitaria» (F. Mercadante, Il regolamento della modalità dei diritti. Contenuto e limiti della funzione sociale secondo Rosmini, Roma 1974, p. 8).

Un fine diplomatico

Nel 1848 il governo piemontese gli affida una missione diplomatica presso la S. Sede, che fallisce anche per la politica filoaustriaca del card. Antonelli. Nel 1849 ritorna a Stresa, dove si è stabilito dal 1836, e continua la sua attività di scrittore e di guida degli istituti da lui fondati senza ribellarsi per la messa all'Indice di due sue opere: Le cinque piaghe della Santa Chiesa, Costituzione secondo la giustizia sociale. Su proposta del vescovo d'Ivrea, scrive una serie di articoli in difesa della libertà d'insegnamento. È in relazione con i più noti pedagogisti del Risorgimento italiano.
Gli anni immediatamente seguenti Rosmini li dedicò alla pubblicazione di opere filosofiche, politiche, teologiche che ebbero ben presto favorevole e rispettosa accoglienza nella cultura sia italiana che europea. Nell'agosto del 1848, venne inviato da Carlo Alberto a Roma, per compiere un delicato passo diplomatico presso Pio IX, al fine di creare, con il concorso del Papa, le premesse per l'unità d'Italia; di questa sua fervida attività politica in quegli anni, Rosmini lasciò, postuma, una preziosa memoria: Della missione a Roma di Antonio Rosmini Serbati (Torino 1881).
Fu intensa l'opera diplomatica di Rosmini. Pio IX, conosciuto il Rosmini di persona, lo trattenne presso di sé e gli ingiunse di disporsi al cardinalato per il prossimo Concistoro di dicembre. Dopo l'assassinio di Pellegrino Rossi (15 novembre) Rosmini seguì il Papa sua fuga a Gaeta, dove tentò invano di distoglierlo dal nuovo indirizzo conservatore circa le libertà politiche e il movimento nazionale, a cui
Pio IX si volgeva. La missione non ebbe successo. Ritiratosi a Stresa dove si era stabilito fin dal 1836, Rosmini si dedicò, fino alla morte, alla riflessione filosofica e alla guida del suo Istituto, confortato dalle frequenti visite dell'amico Manzoni.

Un segno di contraddizione

Il filosofo Michele Federico Sciacca, grande rosminista e fondatore, con i padri rosminiani della “Cattedra” di Stresa a lui dedicata, ebbe a definire Rosmini «il più grande pensatore del tempo moderno». Va aggiunto che questa grandezza fu fortemente contrastata. Non è solo la grandezza ciò che di Rosmini attira; egli attrae altresì per la complessità del suo pensiero, che intende essere, in qualche modo, enciclopedico, e per essere stato il rosminianesimo, nell'Ottocento, un signum contradictionis, cosa che continua a restare, almeno in parte, anche oggi. Del resto, c'è in Rosmini, anche sul tema della società civile, lo sforzo di evitare sia l'estremismo del «movimento» (progressismo), sia l'estremismo della «resistenza» (conservatorismo).
Conseguentemente, per cui la lettura del testo rosminiano si è prestata sovente a interpretazioni contrastanti. Scrive il Morando in proposito: «Il Rosmini è esposto al guaio di tutti i conciliatori, che è quello d'essere spesso vivacemente condannati dall'una e dall'altra parte, per aver concesso troppo o troppo poco» (D. Morando, Dopo il centenario di Antonio Rosmini, in AA.VV., Antonio Rosmini nel primo centenario della morte, p. 155).
Fra gli Anni 40 e 50 il pensiero rosminiano venne sempre di più suscitando diffidenza, polemica e opposizione sia dal punto di vista filosofico che politico. Per questo Gregorio XVI, nel 1843, impose il silenzio a tutti i contendenti. Nel 1849 riesplose la polemica nel 1849 con la posta all'Indice delle opere: Delle cinque piaghe della Santa Chiesa e La Costituzione secondo la Dottrina sociale. La sottomissione di Rosmini fu pronta e sincera.
Intanto, Pio IX avocò a sé la questione, rinnovando l'obbligo del silenzio e nominando una commissione per l'esame di tutte le opere di Rosmini. Queste, lungamente esaminate, nella seduta solenne (3 luglio 1854) della S. Congregazione dell'Indice a cui il Papa volle presiedere in persona, vennero assolte dalle molteplici accuse di eterodossia, con divieto di ripeterle o di accamparne di nuove (cfr. G. Giannini, Esame delle Quaranta proposizioni rosminiane, Stresa 1985; R. Bessero Belti, La «questione rosminiana», Stresa 1988).
Neppure dopo la morte il nome di Rosmini ha avuto pace. Egli si è confermato a lungo un segno di contraddizione. È difficile dare una spiegazione a questa strana sorte di Rosmini; ma, forse, non è fuori posto dire che anche questo è un segno, oltre che della elevatezza e della complessità del suo pensiero, dello sforzo grande da lui prodotto per esprimere il pensiero cristiano fra tradizione e modernità.
Sotto il pontificato di Papa Leone XIII, il 7 marzo 1888 veniva pubblicato un decreto del S. Uffizio Post Obitum (preparato già il 14 dicembre 1887): con esso vengono condannate quaranta proposizioni di Rosmini, tratte dalle sue opere postume, perché «catholicae veritati haud consonae videbantur». Per l'abrogazione della condanna contenuta nel decreto Post obitum si sono battuti a lungo gli ammiratori del filosofo-teologo e i seguaci della sua Congregazione, diffusi in paesi europei ed extraeuropei.

Un pensatore «mirabilmente inattuale»

Accostandosi a Rosmini, occorrerà svolgere il compito ermeneutico (che è un dovere di fedeltà) e quello di revisione (che è un dovere di onestà critica) saranno da assolvere insieme: occorrerà insomma conoscere, capire, interpretare, attualizzare la filosofia rosminiana. Compito non facile è l'interpretazione 'ermeneutica di Rosmini, perché le sue opere sono tante e così ricche di fermenti che può non apparire difficile il piegarle alle più varie interpretazioni. Nel suo pensiero, per esprimerci con l'espressione di Benedetto Croce, c'è qualcosa di vivo e qualcosa di morto (M. Sancipriano, Il pensiero politico di Haller e Rosmini, Milano 1968, p. 143).
Il vaglio ermeneutico sarà il risultato di due operazioni: di un'operazione di riconoscimento (scorgere ciò che è vivo) e di un'operazione di scelta (scegliere solo ciò che è vivo). Non si tratterà soltanto di rinvenire e scegliere ciò che è, vivo, ma d'individuare anzitutto ciò che è più vivo, cioè il principio animatore dell'intero rosminianesimo. In riferimento al quadro socio-politico-culturale in cui s'esprime, esso «rappresenta, soprattutto nel campo filosofico, culturale, religioso e politico, l'estremo cosciente tentativo di una completa originale conciliazione tra la vecchia e la nuova cultura, tra la tradizione e il progresso, tra il mondo medioevale e il mondo moderno» (Ibidem). Considerato in sé, oltre che in riferimento al quadro filosofico in cui è germinato, il rosminianesimo trova il suo principio animatore in un personalismo coerente e ricco di sviluppi. Una lettura ermeneutica non è solo utile e necessaria per noi (diversamente Rosmini sarebbe non «mirabilmente inattuale», come s'esprime il Capograssi, ma stupidamente inattuale); essa rende giustizia, altresì, allo stesso Rosmini (Per Antonio Rosmini [1935], in Opere, vol. IV, Milano 1959, p. 101).
Il convincimento amaro di molti è che la condanna di Rosmini, la vera, sia dovuta o alla mancata lettura o alla interpretazione tendenziosa o imperita della sua opera. Una lettura della vasta opera rosminiana condotta con preoccupazione ermeneutica porta a individuarne il tratto specifico nella riscoperta del «senso dell'essere». Al riguardo Prini scrive cose suggestive e calzanti: «Il Rosmini si è trovato al limite forse estremo di un'età filosofica che aveva consumato un processo di dissoluzione del senso dell'essere, un vero e proprio “oblio dell'essere”, come direbbe Heidegger; il suo merito indiscutibile è stato di avesse riproposto il recupero al centro degli interessi filosofici, come il fondamento e la condizione di ogni genuina teoreticità. Senza dubbio, l'Idea dell'essere e la pietra angolare della filosofia rosminiana, la sua “scoperta” fondamentale, quella per cui si può dire a ragione che Rosmini è presente nella filosofia moderna» (F. Mercadante, Il regolamento della modalità dei diritti. Contenuto e limiti della funzione sociale secondo Rosmini, Milano 1974, p. 9).


Fonte: Michele Giulio Masciarelli, in L'Osservatore Romano

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