21 Settembre 2020
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La persona al centro della comunicazione

14-12-2018 12:57 - QUESTIONI EMERGENTI
Introduzione dell'Arcivescovo al Convegno promosso dalla Consulta delle Aggregazioni Laicali che si terrà a Chieti il 14 dicembre 2018.

Ogni conoscere autentico suppone un’appartenenza impigliata in lacci d’interesse e d’amore: come l’albero, il conoscere si nutre dalla radice e solo così può spandere i rami, le foglie e i frutti al vento e al sole della storia. Ne è segno evidente il linguaggio: una lingua - a cominciare dalla propria - si apprende per l’associarsi a situazioni vitali di frasi e parole, che solo così restano impresse nella memoria, capaci di evocare un senso e un significato, di volta in volta arricchiti dalla vita. Poco a poco la conoscenza diventa così quell’“appartenere alla massa e possedere la parola”, in cui consiste la cultura secondo quanto affermava don Milani insieme ai suoi ragazzi di Barbiana: cultura è l’essere radicati alla terra, intessuti di legami vitali, e il comunicare ad altri la densità di questa esperienza per il reciproco arricchirsi di queste appartenenze originarie nello scambio della vita vissuta. Cultura è radice ed erranza, è appartenenza ed esodo, è memoria e condivisione con altri per dare e ricevere vita. In tal senso, si appartiene veramente a una sola cultura, a quella che nutre il pensiero, rende sensato il soffio delle parole, alimenta le ragioni del dono, e restituisce ogni volta a quanto dicono le labbra il mondo vitale che i suoni del linguaggio evocano e trasmettono.
Senza questa radice la persona sarebbe priva di identità: e poiché essa è memoria condivisa e partecipata, dove si cancellasse la memoria di una persona o di un popolo, si cancellerebbero anche la loro dignità e il loro futuro come la possibilità di ogni autentica comunicazione ad altri. Perciò nel “villaggio globale” è grande il rischio che si perdano le radici e tutto si risolva in un fatuo comunicare sulle onde di una realtà virtuale che non attinge più dalle profondità della vita. Quando l’erranza è radicata nella radice, quando cioè la comunicazione ad altri scaturisce dalla fedeltà alla propria identità, la persona si esprime autenticamente e realizza la propria vocazione più profonda: “La persona è un'attività vissuta come autocreazione, comunicazione e adesione, che si coglie e si conosce nel suo atto, come movimento di personalizzazione” (E. Mounier, Il personalismo, Roma 1964, 12). La comunicazione non è dunque il puro uscire da sé della persona, lo svuotarsi senza residui nell'altro, che si risolverebbe in dipendenza ed alienazione: l’essere in sé della persona non va mai smarrito, se si vuole che il suo comunicare sia autentico. Comunica veramente chi sa essere se stesso nel comunicare, senza maschere e senza paure rinunciatarie.
Al tempo stesso, però, nell’atto della comunicazione autentica anche l’altro e il diverso vanno riconosciuti nella loro appartenenza originaria, in rapporto cioè alla radice che li porta e li nutre, all’identità che li costituisce. Solo una visione rozza e superficiale può ospitare mentalità e atteggiamenti razzisti: chi vive la conoscenza come radicamento e come partecipazione, vede nell’altro non una minaccia o una ferita, ma una ricchezza e un dono con cui entrare in simbiosi fino al dono di sé, colto come atto di suprema realizzazione. “L'espansione della persona implica, come condizione interiore, una espropriazione di sé e dei propri beni, che priva l'egocentrismo di uno dei suoi poli: la persona non si ritrova che perdendosi” (ib., 67s). La comunicazione interpersonale autentica si muove allora fra due rischi: il sacrificio della propria identità o la cancellazione di quella altrui. Comunicare non è né l’annullarsi davanti all’altro, che sarebbe fonte di alienazione, né assorbimento dell'altro in sé, riducendolo a puro oggetto del proprio conoscere e del proprio volere. Solo il rapporto circolare e reciproco fra le persone crea autentica comunicazione: uscendo da sé la persona si ritrova nell'altro e accogliendo l'altro in sé ne è arricchita, proprio in quanto lo rispetta nella sua alterità. Il moto originario e costitutivo di uscita da sé e di apertura ad altri è sempre uno scambio nella reciprocità del dono. Così intesa, la comunicazione è la vita dell'essere personale: “La prima esperienza della persona è l'esperienza della seconda persona: il tu, e quindi il noi, viene prima dell'io, o per lo meno l'accompagna... Si potrebbe quasi dire che io esisto soltanto nella misura in cui esisto per gli altri, e, al limite, che essere significa amare” (ib., 44s).
Quando poi l’altrui identità fosse debole - o perché esposta a un forte sradicamento, come nel caso dell’immigrato, o perché minacciata dalla violenza ottusa di qualche concezione ideologica - allora più che mai l’identità personale viva e profonda deve farsi paladina dell’altro, nel rispetto della sua identità, nella difesa dei suoi diritti, nell’accoglienza e nella promozione delle sue possibilità. Lo straniero, l’immigrato, il diverso sono possibilità e dono per chi vive la propria cultura come appartenenza profonda e fedele; può vederli come minaccia solo chi è superficiale e vuoto e si muove negli slogans della rozzezza culturale e ideologica. La comunicazione autentica è al tempo stesso espressione realizzante della propria identità e promozione rispettosa e stimolante dell’identità dell’altro. E dallo scambio di identità e differenza, dalla coniugazione di appartenenza e comunicazione, scaturisce una più alta qualità della vita per tutti: la tradizione ebraico-cristiana sta a dimostrare la verità di questo asserto a partire dalla rivelazione che la fonda, perché il Dio della Bibbia vive l’esodo da sé per amore della creatura, ma non perde mai la su abissale identità di Altro trascendente, sorgente dell’amore, come mostra nella maniera più alta l’abbandono del Figlio sulla Croce per amore degli uomini.
La vocazione originaria della persona alla comunicazione nella reciprocità e all’incontro autentico è così mostrata dal precetto fondamentale dell’“agape”, per il quale solo chi perde la propria vita la ritrova, solo chi si dona è se stesso e solo chi accoglie l’altro è libero e liberante nell’amore. Perciò, di fronte alla “folla di solitudini” che sono spesso le forme di prossimità nel post-moderno, di fronte alle logiche egoistiche che cercano nell’appartenenza chiusa la difesa alla propria insicurezza, bisogna affermare con decisione che il futuro dell’umanità appartiene all’incontro e non allo scontro delle persone e delle civiltà, e che questo incontro è precetto per tutte le religioni, se vissute al di là di ogni fondamentalismo. È necessario insomma riscoprirsi tutti radicati nell’identità di una comune appartenenza e di una comune speranza, che sono riposte per i credenti nel Dio della vita, per essere ciascuno “errante radice” (Franz Rosenzweig), identità aperta, protagonista con altri della costruzione della casa comune di tutti e per tutti negli scenari del “villaggio globale”. Occorre, allora, riscoprire la comunicazione all’interno della fondamentale vocazione della persona a realizzarsi in vincoli d’amore.
“Nel raccogliersi per ritrovarsi, nel dispiegarsi per arricchirsi e ancora ritrovarsi, nel raccogliersi di nuovo attraverso la liberazione dal possesso, la vita della persona - sistole e diastole - è la ricerca fino alla morte di una unità presentita, agognata e che mai si realizza... (a cui) il termine di vocazione conviene meglio di qualunque altro” (ib., 68). Saranno i nostri comunicatori di professione - operatori dei “media”, politici o intellettuali - capaci di questo comunicare libero e liberante, ispirato all’obbedienza alla Verità che libera, più che alla semplice ricerca del consenso, e finalizzato a costruire legami autentici di solidarietà e di comunione fra le persone? Vorranno così contribuire alla costruzione di un futuro multiculturale pacifico, dove la comunicazione fra i diversi crei il presupposto della loro comunione nel rispetto delle identità? O la miopia dell’immediato e del frammento impedirà di leggere la storia nella prospettiva del lungo percorso e del domani da costruire già a partire dall’oggi? Su queste domande si misura la portata dello sforzo di porre la persona al centro della comunicazione: e se questa sfida vale per l’universo dei “media” e della rete, vale non di meno per quello delle relazioni interpersonali immediate che fanno ogni giorno la vita e la storia degli uomini, in modo da anticipare o meno nel tempo qualcosa della bellezza senza fine della Gerusalemme del cielo.


Fonte: Bruno Forte, in Arcidiocesi di Chieti-Vasto

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