05 Dicembre 2020
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La nascita della "Caritas parrocchiale"

01-09-2018 09:43 - VITA PARROCCHIALE
1. Quando la carità diventa misericordia. Amore, carità, misericordia: sono la stessa cosa? Solo in parte sì. Fermiamoci a una differenziazione solo quantitativa: la carità è più dell’amore e la misericordia è più della carità. La misericordia è parola che etimologicamente significa: il cuore orientato al misero, curvato su di lui.

a) Misericordia, una parola da custodire. La misericordia, pur essendo una parola che oltrepassa amore e carità, ha bisogno di essere riscattata, ossia liberata dalle squame che la deturpano. È invalsa soprattutto l’idea che essa indichi un atteggiamento debole, rinunciatario e addirittura superficiale. «Parlare di misericordia richiama subito una sorta di bonarietà, di compiacenza, persino di debolezza, nel miglior dei casi di indulgenza o di compassione, a prezzo però di una mancanza di rigore, di verità e di giustizia. Mentre è proprio l’inverso: la misericordia è molto più temibile della giustizia: è un odio, un odio del male ma in nome della misericordia e dell’amore» (B. Bro, Introduzione all’ediz. francese della Lettera enc. di Giovanni Paolo II Dives in misericor-dia [30. 11.1980], Parigi 1980, p. VI). Purtroppo, la misericordia – una delle parole più importanti del vocabolario biblico – è stata «sospettata di ideologia»: ad esempio, essa è stata intesa o come opposta alla giustizia o come rinuncia all’orgoglio di vita in Fr. Nietzsche che la definisce «la più malsana delle virtù» (L’anticristo. Maledizione del cristianesimo, Adelphi, Milano 1977, pp. 8-9).
Per i cristiani la misericordia è il ‘codice’ più esigente e rigoroso del comportamento. La misericordia, perché è stata sospettata di debolezza, è stata accantonata. È stato san Giovanni XXIII – il Papa del Concilio, un vero ‘genio religioso’ – a rimettere in circolo questa parola dimenticata nella chiesa: «Quanto al tempo presente, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore» (Discorso per la solenne apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II [11.10.1962], n. 2). E papa Francesco, anzitutto col suo stile linguistico nudo e scabro, richiama di continuo la necessità della misericordia: «Ab-biamo sempre bisogno di contemplare il mistero della misericordia. È fonte di gioia, di serenità e di pace. È condizione della nostra salvezza» (Bolla Misericordiae Vultus, 11.4.2015, n. 2).

b) La misericordia, una parola che dice Dio e viene da lui. «Dio non è fede, Dio non è speranza, Dio è amore» (E. Bianchi-L. Manicardi, La carità nella chiesa, Qiqajon, Magnano-VC 1990, p. 49). L’espressione secca di san Giovanni è questa: «Dio è amore» (1 Gv 4,7-12). Questa è un’espressione non generica ma trinitaria. San Paolo parla di amore-agape di Dio (cf. Rm 8,39), di Cristo (cf. Rm 8,35), dello Spirito (cf. Rm 15,30): egli, dunque, personifica l’amore-agape, oltrepassando il limitato perimetro della virtù, sebbene sia la virtù regina e il carisma maggiore. Perciò la scaturigine dell’amore-agape viene da Dio; esso non è una risorsa o una possibilità dell’uomo. Un amore solo umano è eros o l’amore sotto l’aspetto della passione; oppure è filia, ossia l’amore sotto il profilo dell’amicizia. L’agape, invece, è un dono, un carisma, una grazia: esso è stato riversato da Dio nelle nostre vite «grazie allo Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5). Il fatto importante da accentuare sempre di più è che, nell’amore come nelle altre esperienze cristiane, Dio precede sempre, decidendo e proponendo le sue iniziative salvifiche: «L’agape è da Dio» (1 Gv 4,7).
Perché amati da Dio, dobbiamo amare lui e gli uomini. Anzi Gesù, proprio con la sua condizione filiale, insegna che è tanto divino il dare (del Padre) che il ricevere (tipico di sé quanto Figlio). Ma ascoltiamo che cosa egli dice di sé come pastore: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore» (Gv 10.11). La passività ha lo stigma della filialità: è il modo con cui il Figlio è Figlio; lo è ricevendo tutto. Fa parte della nostra condizione filiale, ricevuta passando per la vita del Figlio, che la buona passività valga anche per noi e, in termini più impegnativi, per la chiesa: «Solo se nella fede facciamo l’esperienza passiva dell’amore di Dio su di noi, cioè se ci sentiamo realmente amati da Dio possiamo poi a nostra volta amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come noi stessi. […] La chiesa è comunità d’amore perché vive passivamente l’amore di
Dio che l’ha amata per primo e da questa sua esperienza nasce l’amore fraterno» (E. Bianchi-L. Manicardi, La carità nella chiesa, p. 25).
Ora, un accento su Gesù, il Redemptor hominis, «il Figlio dell’agape di Dio» (Col 1,13): egli è il segno, il sacramento dell’agape del Padre, colui che ha mostrato l’amore più filiale e più fraterno nella storia degli uomini; il suo amore non è stato provvisorio, ma permanente, un «amore fino alla fine» (Gv 13,1). Egli l’ha additato non con una predicazione astratta o a parole soltanto, ma con la Croce. Già nella prima Alleanza si era giunti ad alti vertici nell’ethos dell’amore, come il chiedere di amare Dio con tutta l’anima (cf. Dt 10,12-13) e gli altri come se stessi (cf. Lv 19,18). Ma Gesù ha in-segnato l’amore come comandamento nuovo (cf. Gv 13,34): la novità consiste in un particolare di questo stesso comandamento, che Gesù ha bene indicato: «Vi do un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi gli uni gli altri. Da questo riconosceranno che siete miei discepoli» (Gv 13,34-35). La novità sta in quel come io vi ho amati, che ha valore costitutivo e fondativo: poiché io vi ho amati. E la novità si fa radicale se si nota quel che accade nell’esperienza di amore con Gesù: «Il cristiano è chiamato a passare dalla sequela all’inabitazione, da dietro a Cristo al Cristo in me e, tramite Cristo, Dio in me!» (E. Bianchi-L. Manicardi, La carità nella chiesa, p. 21).

2. Al cristiano serve il cuore, serve la carità-misericordia. Una constatazione amara da fare oggi, a tanti livelli, è questa: manca il cuore: tanti i sintomi che avvertono di trovarci a vivere in un tempo vistosamente malato di cinismo. Papa Francesco invita a non cedere alla tentazione del cinismo, reagendo con scelte di misericordia: «Non cadiamo nell’indifferenza che umilia, nell’abitudinarietà che anestetizza l’animo e impedisce di scoprire la novità, nel cinismo che distrugge. Apriamo i nostri occhi per guardare le miserie del mondo, le ferite di tanti fratelli e sorelle privati della dignità, e sentiamoci provocati ad ascoltare il loro grido di aiuto» (Bolla Misericordiae Vultus, n. 15). Da cristiani si può dire che se manca il cuore manca la misericordia. Il cuore è il terreno su cui la pianta della misericordia può e deve nascere.
Serve il cuore sempre, perciò: serve la misericordia. Il cuore serve per vivere in modo pienamente vero. Che cosa accadrebbe a vivere senza cuore, senza pietà? Che cosa, di fatto, accade lo si vede già dagli scenari di odio e di disamore che si parano continuamente dinanzi ai nostri occhi. Soprattutto è grave che oggi si dimentichino i poveri. Ricordiamolo: noi saremo giudicati sull’amore (cf. Mt capp. 24-25) ed essere interrogati sull’amore significa che saremo scrutinati sulle cosiddette ‘opere di misericordia’ (cf. B. Fasani, Il bene del fare. Le opere di misericordia per un mondo indifferente, Lindau, Torino 2012; G. Nervo, Le pratiche della carità. Attualità delle opere di misericordia, Edizioni Dehoniane, Bologna 2013).

3. L’emozione nel far nascere la “Caritas” parrocchiale. È da tanti anni che la chiesa italiana ha promosso il sorgere della “Caritas” nelle diocesi e nelle parrocchie. Purtroppo, questa presenza pastorale, fra le più evangeliche, non ha trovato posto in un certo numero (credo non ampio) della nostra diocesi. Una delle prime idee che ho avuto e mi sono appuntato da realizzare subito come nuovo parroco è far nascere, nella nostra comunità, la “Caritas” parrocchiale, quale segno di amore a Cristo che si fa rappresentare dagli ultimi e dai poveri. Sono veramente contento che essa nasca nella nostra parrocchia, anche se il suo impiantarsi non è operazione facile; essa ha bisogno di essere protetta con un doppio impegno: dedicarsi alla formazione del “Gruppo Caritas” e sapersi accontentare dell’essenziale e del possibile, sperando di strutturarsi meglio nel tempo.

a) Quale parrocchia per la “Caritas”? La “Caritas”, in una Parrocchia che non pone la carità-misericordia come sua idea-madre, non fiorisce e forse non attecchisce neppure. D’altra parte, proprio con l’esperienza della “Caritas”, possono nutrirsi la mentalità e i sentimenti caritativi. Ciò premesso, un’autentica vita parrocchiale non si dà se questa non è estesamente e profondamente impregnata da carità. Questo è vero per un motivo fondamentale: nell’ottica biblica (cf. 1 Gv 4,7-8) bisogna parlare anzitutto non di rapporto chiesa-agape, ma agape-chiesa: l’amore, cioè, non è una qualificazione di una chiesa preesistente, ma la causa generativa della chiesa; questa è anticipata dall’amore di Dio in modo decisivo ed essenziale. Pertanto, la chiesa è o non è nella misura della conoscenza e dell’accoglienza dell’agape oppure del suo misconoscimento e del suo rifiuto. La


chiesa, in parole estreme, si dà a causa dell’agape e il suo senso e il suo valore dipendono ancora da possesso che ha dell’agape stessa (cf. E. Bianchi-L. Manicardi, La carità nella chiesa, pp. 23-24).

b) La “Caritas” per educare all’amore. Bene ha fatto la chiesa italiana a sottolineare il carattere educativo dell’esperienza-“Caritas”, ormai da anni. Essa è una scuola, un laboratorio, una palestra di formazione, uno spazio-tempo per entrare fino in fondo dentro la profezia, il precetto, la grazia della virtù regina e del carisma maggiore del cristianesimo. Segni importanti per educarsi alla carità sono da trovare nello svolgersi della vita parrocchiale: in occasione della festa patronale, della celebrazione dei sacramenti e nella ferialità dei giorni si possono dare segni d’attenzione amorosa a quanti hanno bisogno.

c) La “Caritas” non esaurisce il precetto dell’amore. La vita cristiana è fatta di profondità, di larghezza di vedute, di altezza di dignità, le stesse dimensioni del Vangelo. La Caritas è solo un mezzo, pur nobile, meritorio, efficace, ma il suo fine è quello di partecipare a formare i cristiani che la animano e a consolare i dolori, le sofferenze e le mortificazioni di chi è in difficoltà personale e sociale. La Caritas, fra l’altro, da sola non è bastevole nel realizzare quanto si propone: occorre che sappia dialogare con altre esperienze sensibili alle emergenze sociali presenti nel territorio.

4. Indagando meglio sulla “Caritas”. Anzitutto cosa non è la Caritas? È presto detto: essa non è una struttura assistenziale né un gruppo a cui è delegata tutta la carità della parrocchia. Fra l’altro, nessuna struttura esaurisce il tema che tratta e a cui si dedica; tanto meno, poi, è una struttura della parrocchia che possa pretendere di assorbire in sé altre vocazioni e competenze pastorali. Una parte non può essere mai il tutto: questo vale sia per la chiesa universale, sia per la chiesa diocesana, sia per quella speciale comunità eucaristica che è la parrocchia.

a) La “Caritas” è una bella sorpresa del post-Concilio. Esiste da anni la Caritas nella chiesa italiana, col suo Statuto, la sua metodologia, col campionario di numerosi interventi di soccorso legati all’emergenza o iniziative di natura risolutiva; tuttavia, c’è ancora una forte sordità a rendere operante il suo servizio nelle parrocchie. Parecchie di esse non conoscono la Caritas o ne hanno un concetto sbagliato: per alcune si tratterebbe solo di un’organizzazione che consuma il suo scopo nel sollecitare la carità in situazioni di urgenza (terremoti, alluvioni, disgrazie varie); per altre la Caritas avrebbe il torto di monopolizzare le attività di assistenza e di promozione, cosa indubbiamente inaccettabile, ma che tuttavia non sarebbe una ragione per non farla sorgere e non farla operare. Questa bella istituzione, se bene impostata, non solo fa del bene ai poveri, agli anziani e ai bisognosi, ma forma allo spirito caritativo l’intera parrocchia, qualificandola in modo evangelico.

b) La “Caritas” parrocchiale che cosa è? Conviene dare subito una risposta essenziale alla domanda ora posta. La risposta è: la Caritas è un servizio della pastorale caritativa, a livello mondiale, nazionale, diocesano e parrocchiale, che idea, promuove e coordina le forme di umana solidarietà giustificate evangelicamente nelle comunità cristiane. «La Caritas parrocchiale è l’organo pastorale che aiuta l’organismo parrocchiale a realizzare una sua forma vitale: lo spirito e la pratica dell’amore. È come l’udito che aiuta a percepire le voci di Dio nella storia della sofferenza umana. È come l’occhio che aiuta ad accorgersi dei fratelli più poveri. È come il motorino di avviamento che serve ad avviare tutta la macchina della realtà parrocchiale sulla strada della carità» (D. Pecile, Parrocchia, comunità missionaria, Elle Di Ci, Torino-Leumann 1988, p. 69).

c) Che cosa si propone la nostra “Caritas” parrocchiale? Ogni realtà ecclesiale, al suo nascere, pone dei problemi speciali, o meglio: proprio per il fatto che si tratta di una realtà inedita impone delle attenzioni particolari, ad esempio: procedere con i piedi per terra e con semplicità: tecnicismo, complicatezza organizzativa, pretesa di completezza sono fuori posto. Soprattutto la Caritas parrocchiale, al suo inizio, richiede lo sforzo formativo principalmente di quanti vi partecipano, insieme a una coordinata azione di appoggio, sempre di tipo formativo, che implica l’intera comunità cristiana e con il coinvolgimento alla tematica caritativa dei vari soggetti della pastorale (Azione Cattolica, Gruppo catechistico, Pastorale della famiglia, ecc.).
La carità, infatti, è la radice di tutte le buone opere del cristiano: «Una volta per tutte ti viene imposto un breve precetto: ama e fa ciò che vuoi; sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore (sive emendes, dilectione emendes); sia che tu perdoni, perdona per amore; sia in te la radice dell’amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene» (Sant’Agostino, Ep. Io. tr. 7,8). L’amore deve informare tutto ed è ciò che ci rende liberi di essere noi stessi: «Se anche urli, interiormente ama. Esorta, accarezza, correggi, infierisci: ama, e fa’ quello che vuoi (dilige, et quicquid vis fac)» (Sant’Agostino, Sermoni 163/B,5,3).
Infine, serve sottolineare che solo l’amore qualifica e caratterizza come buone le opere umane. Dice ancora sant’Agostino in proposito: «Molte cose possono avvenire che hanno un’apparenza buona ma non procedono dalla carità: anche le spine hanno i fiori…» (Ep. Io. tr. 7,8). Perciò la carità è la radice di tutto, perciò – ovviamente – i soggetti che animano la “Caritas” parrocchiale debbono costituire un invito vivente a tutti i cristiani della loro comunità ad essere «radicati e fondati nella carità» (Ef 3,17).

4. Quale pastorale per la “Caritas”? La Caritas, mentre ha bisogno di un humus pastorale adatto, a sua volta stimola una pastorale altrettanto particolare. Per realizzare questo, possiamo indicare almeno due punti qualificanti, fra i moltissimi possibili, che meritano di essere sviluppati.

a) Ricordare efficacemente che la carità fa la chiesa. La carità è la parola matrice della chiesa: ne è la ragione d’origine, ne è la forma, ne è il fine. La parrocchia nasce dalla carità di Dio ed è chiamata a praticare un doppio amore: quello per Dio e quello per gli uomini, soprattutto per i più poveri fra di loro. A questi la Parrocchia deve dedicare la sua attenzione e non perdersi in problematiche introverse che impediscono l’apertura verso l’esterno, oltre i suoi paraggi pur belli, sebbene abbiano una geografia assai stretta. Tuttavia proprio da quei paraggi occorre partire nell’opera caritativa conoscendo e accostando gli anziani, i poveri, i delusi, i depressi, i feriti comunque dalla vita. Deve farsi viva la convinzione che ci sono fratelli, magari senza nome, che attendono di essere cercati, trovati, conosciuti nella loro condizione e riconosciuti nella loro inalienabile dignità umana e nella loro dignità regale ricevuta con l’atto battesimale.

b) Coltivare la pastorale dell’«incontro». Primo compito dell’azione della Caritas è proporsi di conoscere l’ambiente in cui opera: essa deve trovare i modi e i tempi giusti per conoscere capillarmente i poveri a cominciare da quelli estremi, gli anziani a cominciare da quelli abbandonati, i malati a cominciare da quelli più gravi e terminali. Per questi la Caritas deve concordarsi col gruppo dei ministri straordinari dell’Eucaristia, dopo che il parroco avrà predisposto il servizio della “Comunione” per loro. Questi, a loro volta, aiuteranno a organizzare e a preparare l’incontro col parroco per la “Confessione”.

5. Quale spiritualità per la “Caritas”? Alla Caritas non basta la pastorale; le serve anche la spiritualità, ossia il colore della pietà, il corredo dei sentimenti di Gesù. Bisogna amare nel suo nome e, anzitutto, come lui ci ha amati.

a) Tenere sempre presente che anzitutto siamo amati da Dio. I membri del Gruppo “Caritas” non debbono immaginare di essere chiamati ad amare solo i fratelli di fede e gli altri uomini che incontrano nella loro comunità o fuori di essa. Essi, anzitutto, sono chiamati a praticare la buona passività, ossia il lasciarsi amare da Dio, poiché nessuno sa cosa farebbe un’anima se questa si lasciasse amare da Dio. Con questa scelta, peraltro, i cristiani si pongono sul tracciato del comportamento del Dio trinitario che anticipa sempre le sue creature in tutto: sono state create; hanno ricevuto la vocazione alla salvezza; sono state elevate all’alleanza; hanno ricevuto il Figlio disceso dal Cielo dal quale sono stati redenti e salvati; saranno giudicati e accolti in Cielo. Tutte queste azioni del Dio trinitarie sono ricevute dagli uomini e sono perciò declinate al passivo: questa forma verbale dice insieme l’iniziativa d’amore di Dio e l’umiltà da noi richiesta per essere accolta per poter fruttificare nella nostra esistenza.


b) Costruire una parrocchia, comunità d’amore.
La parrocchia, come la chiesa universale, è comunità che nasce dalla carità di Dio ed è retta da essa. Ma, se non se ne ricorda, se non è fedele alla sua identità e alla sua vocazione, vanifica anche altre esperienze pastorali che attiva. Questa era la considerazione che faceva un Vescovo italiano tanti anni fa: «Non c’è da farsi illusioni: se la parrocchia non diventa comunità d’amore, a nulla serviranno le celebrazioni più smaglianti o le catechesi più curate; o meglio, serviranno solo a far ripudiare il nome di Cristo sulla bocca di tanti che devono constare delusi le nostre contro-testimonianze; serviranno solo a far ripudiare la comunità dalla bocca dello stesso Cristo nel giorno del giudizio» (D. Pecile, Parrocchia, comunità missionaria, p. 60).


Fonte: Michele Giulio Masciarelli

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