24 Settembre 2020
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Il catechista, un servo della Parola

08-09-2018 11:12 - VITA PARROCCHIALE
1. Il Catechista: “Guai a me se non evangelizzo”. In cima a questa riflessione sul rapporto che il Catechista deve intrattenere con la Parola di Dio sta l’esclamazione di san Paolo: «Guai a me se non predicassi il Vangelo!» (1 Cor 9,16). Questo, più che un sospiro, va colto e compreso come un suo grido terribile dell’Apostolo. Ma «Guai…», perché? È del tutto chiaro che il «Guai…» paolino interessi anche gli evangelizzatori di tutti i tempi: Paolo è l’esempio anticipato di come si serve la Parola nella responsabilità e nella gratuità in tutti i tempi cristiani. Gli attuali servitori della Parola sono chiamati a crescere nel severo entusiasmo di Paolo per la causa del Vangelo che scotta nel suo cuore e sulle sue labbra; egli mostra il profondo convincimento di fede che a lui è stato affidato, una risorsa vitale che non va trattenuta per sé, ma va diffusa responsabilmente e gratuitamente a tutti. Allora, ecco perché «Guai…»:

a) «Guai…», perché il Vangelo è un dovere. Gesù risorto non ha consigliato soltanto di evangelizzare, ma lo ha imposto come servizio perpetuo e dall’orizzonte universale: agli Apostoli ha comandato di «andare nel mondo intero e predicare il vangelo a tutta la creazione» (Mc 16,15), «a tutte le nazioni» (Mc 13,10). In ubbidienza al comando di Gesù la Chiesa ha iniziato il cammino di testimonianza a Lui e di diffusione della sua Parola sapendo di dover arrivare «fino ai confini della terra» (At 1,8).

b) «Guai…», perché il Vangelo è un diritto. Se la Parola di Dio non valesse quello che vale, se non fosse un segno efficace di salvezza, nemmeno sarebbe grave non accoglierla e non servirla. La Parola, invece, è un fondamentale mezzo di salvezza, da cui derivano anche gli altri segni e strumenti salvifici. Perciò, il servizio di questa Parola, già agli inizi della storia salvifica, è percepito come una missione da cui dipende il destino degli uomini. Dio tiene alla sua Parola: egli costituisce il profeta, l’uomo della Parola, come «sentinella» sul popolo per destare l’attenzione dei suoi figli; se non sveglierà l’empio e quegli morrà nella colpa chiederà conto al profeta; se avrà svegliato il giusto, e per questo non peccherà, il profeta avrà salvato la propria vita (cf. Ez 3,16-21).
Ancora. Dio minaccia di «spada» il popolo infedele, ma è dell’uomo della Parola, della «sentinella» è la responsabilità della sua sorte: «… se la sentinella vede la spada venire, ma non suona la tromba e il popolo non si sveglia e arriva la spada e fa qualche vittima, questa è colta nella sua colpa ma del suo sangue chiederò conto alla sentinella. Orbene, o figlio dell’uomo, io ho istituito la sentinella per la casa d’Israele, sentirai dalla mia bocca la parola e li sveglierai da parte mia» (Ez 33,6-7). Così, dal Catechista si richiede che non sia una sentinella distratta che si assopisce; tanto meno – questo sarebbe il colmo – è tollerabile che egli addormenti i cuori e le coscienze.

c) «Guai…», perché il Vangelo è necessario. Chi, come san Paolo, sa a che cosa serve la Parola, non può non dire: «Guai… se non evangelizzo». Infatti, si rende conto del danno che può provocare la carenza di un bene solo chi conosce le virtù e la preziosità di quello stesso bene. L’Apostolo ha coscienza che il bene della Parola è non solo prezioso, ma decisivo per la salvezza: a perdere questo bene (e lo si perde se non lo si annuncia) ne va della vita eterna dell’uomo.

2. Nel cuore e sulla bocca del Catechista la grazia della Parola. Chiediamoci: davvero è così decisiva la Parola per la salvezza? È la stessa Scrittura a dire di sì portando molte ragioni.

* È Parola efficace. La Parola di Dio è efficace perché compie quello che dice. Questo è possibile perché lo Spirito, il santo Soffio del Padre e del Figlio, la fa capace di compiere ciò che contiene: dona la vita e la dona in abbondanza (cf. Gv 10,10). Dalla forza dello Spirito si sprigiona, dunque, la «Potenza della parola di Dio» (Gv 1,14). È nota la l’espressione d’Isaia che elogia così l’efficacia della Parola:

«Come infatti la pioggia e la neve /scendono dal cielo e non vi ritornano
senza avere irrigato la terra, / senza averla fecondata e fatta germogliare,
perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, /così sarà della parola uscita dalla mia bocca» (Is 55,9-10).

* È Parola che rimane per sempre. La Parola di Dio è un seme immortale attraverso il quale il credente rinasce di nuovo (cf. 1 Pt 1,23): «L’erba si secca, e il fiore cade; ma la parola del Signore permane in eterno» (1 Pt 1,25). Eterna essa stessa, la Parola, per così dire, contagia d’eternità chi se ne nutre: colui che ascolta la parola di Gesù ha la vita eterna (cf. Gv 5,24).

* È Parola nutriente. Quali paralleli si possono notare tra il cibo di un bambino e quello di un cristiano? Un bambino affamato è un bambino in buona salute. Questo è anche vero per un cristiano spiritualmente affamato. La nuova nascita produce vita, ma questa vita non può essere sostenuta senza il dovuto nutrimento spirituale, che si trova nella Scrittura: Gesù stesso lo ha confermato (cf. Mt 4,4). Come ogni buon cibo, la Parola di Dio nutre ed è causa di sviluppo: aiuta a crescere spiritualmente (cf. 1 Pt 2,2).

* È Parola educativa. La Scrittura, essendo divinamente ispirata, è utile per la dottrina, per la correzione (cf. 2 Tm 3,16): nessuno ammaestrerà il suo prossimo, poiché tutti mi conosceranno (cf. Gr 31,34), dice il Signore. Dio vuole farsi conoscere mediante la Parola annunciata ed educare attraverso quell’annuncio: perciò Colui che illumina l’uomo dal di dentro, donando il suo Spirito, ha anche comandato ai suoi discepoli di andare nel mondo intero e di predicare il Vangelo a tutte le creature (cf. Mc 16,15).

* È Parola luminosa. La Parola di Dio è il faro che proietta luce nelle zone ombrose dell’esistenza umana: mostra chi siamo e rivela la nostra vera natura. Mentre la leggiamo, essa evidenzia i peccati di cui non eravamo nemmeno consapevoli: possiamo evitare che altri ci scoprano, ma la Parola di Dio giunge nelle profondità del nostro essere intero, mostrandoci i moventi egoistici che si nascondono dietro le nostre azioni. La Parola di Dio ha il potere di renderci veri e sinceri con noi stessi, poiché è parola di verità (cf. Gv 17,17; 2 Cor 6,7; Ef 1,13; Col 1,5; 2 Tm 2,15).

* È Parola discriminante. La decisione per la salvezza passa per il confronto con la Parola di Dio. L’uomo, trovandosi di fronte ad essa, ha due scelte possibili: la prima, credere (cf. Gv 2,22; 4,39.41.50), ascoltarla (cf. Gv 5,24), custodirla (cf. Gv 14,23; 15,20), rimanere in essa (cf. Gv 8,31); la seconda, trovare questa parola dura (cf. Gv 6,60), non invitante all’ascolto (cf. Gv 8,43) e, infine, prendere la triste e trista decisione di rifiutarla e rigettarla. Solo quelli che operano la prima scelta avranno in ricompensa la vita eterna, la visione beatifica di Dio e non vedranno mai la morte (cf. Gv 5,24; 8,51).

* È Parola salvifica. La Parola di Dio è parola che redime perché è parola di riconciliazione fra Dio e gli uomini (cf. 2 Cor 5,19). Ma san Paolo indica, in bella progressione ragionativa, i mezzi della nostra salvezza, disegnando una logica dei misteri, che non può non essere paradigmatico per ogni azione pastorale e missionaria: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato. Ora come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati? Come sta scritto: Come sono belli i piedi di coloro che recano un lieto annunzio di bene! Ma non tutti hanno obbedito al vangelo. Lo dice Isaia: Signore, chi ha creduto alla nostra predicazione? La fede dipende dunque dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo» (cf. Rm 10,13-17).

In estrema sintesi, volendo riassumere l’importanza, anzi l’essenzialità della Parola, diremo, con un rosario di simboli offertoci proprio dalla Scrittura, che essa è:
- acqua che disseta tutte le arsure di felicità dell’uomo (cf. Gv 15,34);
- alimento che sfama ogni anelito di giustizia (cf. Gv 6,35);
- luce ai passi, lieti e sofferenti, dell’uomo pellegrino (cf. Sal 118,105; Pr 6,23);
- martello che tritura la superbia vitae e gli idoli falsi e bugiardi (cf. Ger 23,29);
- miele che nutre, diletta e dà il gusto della retta dottrina (cf. Sal 118,103);
- seme che germoglia e offre frutti di bene e di vita eterna (cf. Lc 8,11);
- spada a doppio taglio che separa il vero e da falso nella vita dell’uomo (cf. Eb 4,12).

3. Il Catechista, un discepolo con l’inquietudine di diffondere la Parola. Il «Guai…» di san Paolo non deve facilmente estinguersi nel Catechista; piuttosto, esso va coltivato come il segno di una grande sensibilità credente che faccia stimare la forza creativa e purificatrice, la fecondità sapienziale e pedagogica, la capacità lenitiva e consolante, la carica spirituale e religiosa, la dinamicità aggregante e propulsiva, in una parola la necessità assoluta della Parola. Se un Catechista non sentisse come dovere cocente la comunicazione ad altri della Parola a lui trasmessa, quale fiamma che accende la fede e nutrimento della sua vita discepolare, si dimostrerebbe non idoneo per questo servizio ecclesiale raffinato, che è la Catechesi. Al Catechista serve l’inquietudine del missionario che soffre se non può realizzare la trasmissione della Parola; ma il Catechista non sentirà questo dolore se non conoscerà l’importanza decisiva della Parola per la salvezza.
Tutto del Catechista, anche il suo dolore che ora s’è ricordato, si svolge significativamente dentro la chiesa, la quale è la comunità germinata, strutturata, retta e animata dalla Parola ad opera dello Spirito. Il Catechista, perciò, deve avere e manifestare, davanti alla comunità cristiana, un atteggiamento di ricezione, di disponibilità, di umiltà e d’implorazione della Parola, che è dono e grazia, ossia esperienza di credibile testimonianza, di donazione missionaria, di preghiera personale e comunitaria (cf. C.M. Martini, Parola di Dio e vita cristiana, Marietti, Torino 1980, pp. 14-27).

4. Il Catechista, maestro di due sapienze. Il Catechista, se è ben formato, sa congiungere “Vangelo e giornale”, come raccomandava di fare don Lorenzo Milani. Inoltre, se egli non perde di mira i grandi paradigmi biblici, saprà unire ai “semi del Verbo” i grani della sapienza umana che, quando è davvero aderente alla vita dell’uomo, è un’irradiazione o, almeno, un riflesso della divina sapienza: «La Saggezza di Dio deve essere considerata l’unica fonte di ogni luce quaggiù, anche dei lumi così fievoli che rischiarano le cose di questo mondo» (S. Weil, Lettera a un religioso, Adelphi, Milano 19993, p. 22). L’esperienza più alta del Catechista si ha quando, nella fede, egli sa che la Parola è Gesù stesso: solo allora può comprendere che la Parola salva lui e quelli ai quali essa è rivolta. «Il Figlio è il punto (la Parola si è fatta carne) dell’immensità in cui le forze fecondatrici del Padre raggiungono il massimo d’intensità vitale e d’irradiazione: “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10,30). Il Figlio è la Parola, la vibrazione fondamentale, la vibrazione prima ed essenziale di tutto l’esistente, dagli atomi alla più perfetta creatura. È l’energia che conduce ogni essere alla più perfetta espressione di se stesso, e tutto ciò che gioisce nell’esistenza e dall’esistenza alla beatitudine senza fine nell’unità col Padre» (G. Vannucci, Pellegrino dell’Assoluto, Cens, Milano 1985, p. 131).
Gesù, Figlio essenziale del Padre, Parola espressiva dell’intero suo Mistero, è l’Oggetto-non oggetto della Catechesi: infatti, il cristianesimo non è anzitutto una dottrina, un’etica (sia pure rigorosa e raffinata) o una profezia, sebbene promettente una vita futura eterna, piena di pace e di felicità. Il cristianesimo è la persona di Cristo (cf. R. Guardini, L’essenza del cristianesimo, Morcelliana, Brescia 1962). Pertanto, scopo del Catechista è conoscere e far conoscere, incontrare e far incontrare i destinatari della Parola con la persona di Gesù, il Salvatore unico e definitivo di ogni uomo, colui che è Adamo più di Adamo ed è il nostro Fratello necessario perché noi, solo passando per la sua vita con l’essere innastati in lui, diventiamo Figli di Dio e riceviamo il diritto di grazia di entrare in Cielo, la Casa del Padre e di noi figli che, di conseguenza, siamo fra di noi fratelli per sempre.

5. Qualche consegna. A tutti voi, Catechiste e Catechisti dell’anno di grazia 2018-2019, auguro di svolgere questo compito di speciale evangelizzazione, qual è la Catechesi, “digne et competenter”, ossia con esemplarità (vita bella e irreprensibile, esperienza sacramentale e caritativa non episodica), ma anche con bravura teologica e
didattica. Quest’opera ecclesiale, che è la Catechesi, è il più bel mestiere del mondo: essa – “secondo annuncio” – è chiamato a fortificare e a sviluppare il “primo annuncio” o kérigma, cercando sempre l’aderenza più forte della Parola alla vita dei bambini e dei ragazzi a voi affidati.
Ora, una calda raccomandazione. Parlate di Gesù, sempre; legate alla sua persona i temi che trattate; presentate, con gioia decisa, il suo stile, fatto di umiltà, d’attenzione, di rispetto, di benevolenza, di compassione. Mostrate anche i tratti salienti della sua personalità di Uomo: la sincerità e il coraggio, la profondità e la chiarezza, la mitezza e la fierezza. Presentate i suoi “punti fermi”: l’amore al Padre, la scelta privilegiata degli ultimi, l’invito a compiere le opere di misericordia, la ferma richiesta di perdonare tutti e sempre. Affidandovi a Maria, la Madre dei discepoli, con cento cuori vi auguro un Buon anno catechistico, mentre vi ringrazio e vi benedico.


Fonte: Michele Giulio Masciarelli

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