26 Novembre 2020
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Il presepe nella nostra chiesa parrocchiale (2018)

Discepoli di un Bambino Maestro

24-12-2018 10:50 - LE SORTI DELLA TEOLOGIA
Arrenderci dinanzi ad ogni Bambino

Il Bambino, per quello che è e per quello che significa, non va mai oltrepassato: egli è piuttosto una meta. Non appaia fuori posto pensare che il massimo grado di dignità di un uomo è nel suo essere stato Bambino. C’è in lui un’autorevolezza grande dovuta a una serie di doni che egli possiede e gestisce spontaneamente, mentre l’adulto solo con grande fatica e a stento può conquistare con molto tempo e in modo parziale. Ricordiamone solo alcuni: la spontaneità, la capacità di sorprendere, il naturale stupore, l’interrogare con lo sguardo, l’ammonizione severa della sua innocenza…
Mi porto sempre dentro quanto insegnava un mio amico pedagogista: «Gli occhi del Bambino sono belli, ma sono anche vuoti: essi vanno riempiti perciò di conoscenze, di vita». Povera, perciò, è la convinzione e mediocre è il vezzo di considerare il Bambino solo come il destinatario dell’opera educativa, come una ‘mente assorbente’ (che pure è, come ha insegnato Maria Montessori) e non un soggetto di messaggi educativi. Si è fuori strada a decifrare il ‘mistero’ del Bambino con un approccio interpretativo così stretto e per nulla elaborato.
Fortunatamente, si prende a riflettere sulla capacità educativa che il Bambino possiede in modo attivo. È proprio così: educare non solo il socratico ‘tirar fuori’ quanto di buono c’è dentro l’interiorità del Bambino, ma è anche il ‘metter dentro’ di lui quanto di valido la comunità di vita in cui egli è stato accolto ha elaborato a tanti livelli: l’educazione è anche una «traditio lampadis», come ha affermato uno dei più grandi educatori moderni, il boemo Comenio. Ma, d’altra parte, come rimarcava il ricordato mio amico nei nostri parlari pedagogici, c’è comunque dell’altro: il Bambino non è solo capace di ricevere, ma anche di dare dal punto di vista educativo.

Il Bambino pensa in grande

Ha destato grande curiosità, prima, ed enorme attenzione, dopo, un libro di Alison Gopnik, uscito in Italia alcuni anni fa che ragionava sul Bambino ‘filosofo’ (1). La nota autrice americana mostra l’implicita sapienza del Bambino nel ‘fare finta’, come uno degli esempi dei mondi paralleli, diversi dal reale, che egli sa inventare. Evidenzia come i bambini, benché non dispongano ancora di un linguaggio verbale ben costruito, siano molto più consci degli adulti rispetto a ciò che accade intorno a loro e come nei piccoli la coscienza interna, che essi possiedono al pari degli adulti, sia molto differente e non ci sia un unico “sé” omogeneo, cosa che consente un’importante elasticità e duttilità ormai spenta nell’adulto. Come pure la Gopnik confuta l’idea che il Bambino sia un essere amorale, indicandone invece le doti di altruismo e di empatia, giungendo a una conclusione documentata, secondo cui il Bambino rappresenta per il mondo adulto un’esperienza straordinaria, perché sa mettersi a contatto con la verità, la bellezza, il più profondo senso del vivere e presentandosi, così, come un soggetto che di fatto ammaestra anche gli adulti.
Il Bambino mostra che il mondo intero è un giocattolo, che tutto il tempo è festivo, che tutti – solo se vicini – sono possibili compagni di vita. Proviamo a contare quante cose storte e intollerabili sono spiazzate già dal poco che s’è detto finora del Bambino: egli testimonia la spontaneità (contro i nostri modi artefatti di vivere), un ritmo di vita diverso (contro la distruzione sistematica del tempo ‘umano’), una molteplicità di linguaggi (contro l’enfasi su quello verbale) e mostra che si può insegnare il bello, il giusto, il vero, senza regole ferree o acciaiose (contro le cento e cento rigidità d’ogni tipo), infine che si può imparare a pensare imparando con le mani, con il corpo, con i colori, che si può insegnare a guardare il mondo con occhi diversi (contro l’offesa ai simboli che viene fatta anche nella chiesa, che di simboli forti dovremmo vivere, come fortunatamente ci mostra ogni giorno papa Francesco). E mentre si scopre il mondo, scoprire se stessi (2).

Il Bambino non è un insegnante

L’affermazione che il Bambino non sia insegnante è strana perché chi ha il più deve prima avere il meno. E invece no: Gesù Bambino non ha il meno (non è insegnante), ma ha il più (è Maestro). Chiunque insegni ha un diritto perfino legale ad essere chiamato insegnante, ma il titolo di Maestro (di cui Tommaseo con enfasi evidenzia il suo significato di magis-ter: uno che tanto più grande di altri) è un titolo che si merita sul campo: tanti possono insegnare filosofia, teologia, pedagogia, ma non per questo li si chiama filosofi, teologi, pedagogisti. Ebbene, Gesù che nasce Maestro dovrà diventare insegnante. ma intanto, perché non lo è?
Si può dire in modo litanico perché non lo sia e si consentirà subito perché cosa vera, chiara, inoppugnabile e constatabile: il Bambino non conosce la direzione, la strada da indicare (o in-segnare); non possiede conoscenze, competenze e capacità acquisite con le dovute esplorazioni, con i necessari incontri, con le inevitabili regole, sotto gli archi dei tempi giusti; non ha maturato sapienze nelle lunghe estensioni dell’esperienza; è ancora capace di una pedagogia intenzionale esplicita che permette di dare direzione al dire e al fare; non conosce un codice linguistico strutturato che gli permetta di comunicare nell’incontro interpersonale né un codice linguistico elaborato che gli permetta di esprimersi con gli alfabeti specifici dei diversi saperi, che sono complessi perché frutto e risorsa di molte mediazioni.

Il Bambino è un Maestro

Il Bambino nasce Maestro. L’esempio maggiore è che egli non è diventato né sacerdote, pastore e maestro dopo la sua nascita, ma con la sua nascita stessa. Gesù è Messia completo, anche se non Messia maturo da infante. Maria Montessori parla del «Bambino maestro», in questi termini: «Il Bambino è un Maestro. Questa è la verità che cerco d’indicare e questo è il fatto verso cui punto i mio dito… Questa non è certo una mia idea. Questa è una scoperta», affermava nel 1951, un anno prima della sua morte (3) «Il Bambino – scrive altrove – è un Maestro spirituale che può indirizzare gli esseri adulti a una nuova e più giusta vita sociale» (4).
Così parafrasa e commenta il pensiero montessoriano una sua illustre interprete: «Il Bambino è un Maestro, non insegnante – ovverossia qualcuno che ci trasmette cultura, ma un essere che ci può rivelare, come nessun altro è in grado di fare, la nostra natura e le nostre recondite potenzialità. E questo di fatto è proprio la funzione del Maestro quello con la M maiuscola. Generazioni di medici, di insegnanti e di pedagoghi hanno guardato il Bambino, vedendolo per lo più come un vaso vuoto da riempire, come un essere da plasmare e da istruire: non hanno visto in lui un Maestro perché lui stesso lo era. Non si può scorgere nell’altro, infatti, se non qualcosa che fa parte di noi, che ci appartiene» (5). Ed ecco allora il suo appello: «Usciamo dalle scuole, andiamo tutti in processione nel mondo e proclamiamo che il Bambino ci apre una nuova porta che sta nelle nostre mani aprire per il bene del mondo» (6).

Dinanzi a Gesù Bambino con occhi nuovi

Per mettersi dinanzi al Bambino occorre pulirsi gli occhi, sgombrarli, illuminarli con un’innocenza almeno riconquistata e penitente. Anzitutto dobbiamo accorgerci dei modi sottili con cui, come agni altro Bambino, comunica. Gesù è stato un vero Bambino e di lui, desideriamo considerare il suo essere infante, nell’attualità liturgica della sua nascita. Gesù non ha fatto finta di essere Bambino: davvero lo è stato. Non lallava fingendo di non saper parlare: lallava davvero esprimendo la sua unica capacità di usare la parola, indugiando a giocare su un solo suono delle parole che sentiva ripetere attorno a sé. Come non ha fatto finta di piangere o di non saper camminare o di aver paura del buio o di vivere la crisi dell’ottavo mese, quando il Bambino diffida dell’estraneo e lo rifiuta… Ma allora come si è posto quale Maestro? Egli ha mostrato una tenera sapienza, un dolce sapore di vita, una rassicurante bontà e lo ha fatto impressionando, stupendo, attraendo, motivando, creando reazioni di rimorso (la bontà mette in crisi), consolando, ingioiendo… Questa la sua didattica disarmante e seducente.

Dinanzi a Gesù Bambino con riverenza

Poniamoci dinanzi al Piccolo di Dio, già solo perché è Bambino, con la «massima riverenza», come chiedeva il Poeta latino (7). Mi ha molto impressionato e mi è molto piaciuta l’osservazione di una delle Donne più raffinate del Novecento italiano, Cristina Campo: «C’è chi s’è convertito vedendo due monaci inchinarsi insieme profondamente, prima all’altare poi l’uno all’altro, indi ritrarsi nei penetrali del coro. In un mondo nel quale l’uomo lentamente muore per mancanza non già di riverenza, come i filantropi vorrebbero indicarci, ma perché non sa più chi, non sa più che cosa riverire, un gesto simile può mutare la vita» (8).
Lei parlava di sé (della sua frequentazione alle liturgie dei Benedettini di san Gregorio al Celio, in Roma) che, per la via della bellezza, è arrivata alla fede. Col tempo ho titubato e ho fatto riserve sulla piena bontà di quella espressione, in tanta parte vera, secondo cui, ai nostri giorni, «l’uomo […] non sa più chi, non sa più che cosa riverir»: i santi, i profeti, i poveri, … i bambini ci sono sempre e meritano sempre e comunque riverenza. Proprio con riverenza, perciò, sostiamo dinanzi a questo Bambino Maestro per lasciarci educare anzitutto dalla sua presenza.

Gesù Bambino crea festa, mette gioia

Il Bambino crea sempre festa: dura perciò ancora la ‘Festa di Natale’, nonostante che essa venga contraddetta e alterata nei suoi messaggi più veri. Anzi a Natale, il cristianesimo, che lì comincia (9), nasce festivo. Ricordo ancora con commozione quando, Preside dell’Istituto teologico abruzzese-molisano, mi recai alla mia amata Università Gregoriana, per chiedere al suo Rettore, Carlo M. Martini, se fosse venuto ugualmente a Chieti a parlare sulla Dei verbum (l’avevo invitato all’Istituto teologico), benché fosse stato nominato Arcivescovo di Milano. Avuta la sua risposta, mentre chiamava l’ascensore per ritornare nella sua camera, osai dargli in omaggio – con timidezza estrema – una copia del mio primo libro, uscito alle stampe qualche giorno prima, per i tipi della Tipografia Ballerini di Pescara (neppure un’edizione). Egli lo prese, guardò e disse: «Che bello…». Si riferiva al titolo: Un cristianesimo festivo.
L’esclamazione di quel grand’uomo di chiesa l’ho echeggiata per tanti anni: ho sempre pensato che occorresse presentare il cristianesimo come una religione intrisa di una festività che dura fino in Cielo. Il cristianesimo è per sempre segnato dalla gioia, dalla festa, dalla letizia dovute al canto intonato da quel Bambino col suo tenerissimo lallare e con i suoi gridi di pianto. Non c’è contraddizione se si ricorda che a questo gioioso comunicare di Gesù Bambino s’aggiunge il suo esprimersi ha usando le tre lingue di ogni Bambino, che paradossalmente è sempre in-fans e poliglotta; egli, infatti, oltre agli altri particolari alfabeti usati di cui s’è detto finora, usa alche tre speciali lingue: il sorriso, il pianto, il grido.
Il grido forte, acuto, insistente del bambino si congiunge per solito col pianto, mentre il suo sorriso sopravviene alla fine come la bonaccia che seda la tempesta, come il sole che dirada le piccole nuvole che ombrano il suo volto. Il grido del Bambino Gesù fa pensare molto. è infatti un grido profetico che commemora e profetizza altri gridi, molto severi.

Gesù Bambino educa con la sua presenza

Gesù a Betlemme ha comunicato, come Bambino, anzitutto con la sua presenza: come un essere di dono (ci rendiamo conto che in noi e di noi tutto è grazia?); come un essere fragile (pensiamo qualche volta che siamo perennemente creature a rischio in tutti i sensi?); come un essere affidato (ci basterà la vita a capire che siamo essenzialmente consegnati alla cura benevolente di altri?); come un essere passivo (come ogni altro Bambino, Gesù di Betlemme ha bisogno di tutto, è nelle mani di altri, soprattutto nelle mani sante e dolcissime di Maria sua madre: egli mostra la ‘buona passività’, cioè che è tanto divino il dare che il ricevere e, per noi, che è tanto degno il ricevere che il dare); come un Figlio essenziale (non ci pensiamo finiremo mai di penetrare nella gioia di avere lo stesso Padre e la stessa Madre di Gesù); come un Fratello necessario (non molto è insistito nei servizi della Parola che questo Bambino, come il futuro Crocifisso è il nostro Fratello buono che ci rende figli del Padre). Egli soprattutto ci educa ingioiendo con la sua piccolezza, intenerendo con la sua dolcezza, attraendo col suo sguardo, rallegrando col suo stupore.

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(1) Cf. Il bambino filosofo. Come i bambini ci insegnano a dire la verità, amare e capire il senso della vita (Bollati Boringhieri, Torino 2010.
(2) Cf. F. Lorenzoni, I bambini pensano grande, Sellerio Editore, Palermo 2014.
(3) Cf. The child, our master. Discorso conclusivo al 9. Congresso internazionale Montessori, Londra, 19 maggio 1951. – Già pubbl. in: Around the child, 8 (1963), 1-4.
(4) Il metodo del Bambino e la formazione dell’uomo, Opera Nazionale Montessori, Brescia 2001, p. 66.
(5) E. Balsamo, Libertà e amore. L’approccio Montessori per un’educazione secondo natura, Il Leone verde Edizioni, Torino 2010, p. 44.
(6) The child, our master…, in Around the child, 2.
(7) È di Decimo Giunio Giovenale la locuzione «Maxima debetur puero reverentia» (Al fanciullo si deve il massimo rispetto), che ha attraversato i secoli convincendo molti (Satire, XIV, 47).
(8) Sotto falso nome, Adelphi, Milano 1998, p. 130.
(9) Lo sappiamo: il cristianesimo è la persona stessa di Gesù (cf. R. Guardini, L’essenza del cristianesimo, Morcelliana, Brescia 1962).


Fonte: Michele Giulio Masciarelli

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