21 Settembre 2020
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Celebrata la festa del patrono San Giustino: l'omelia dell'arcivescovo Bruno

11-05-2020 14:15 - VITA DIOCESANA
La celebrazione liturgica del Santo Patrono rappresenta per una comunità cristiana l’occasione propizia per riscoprire la propria vocazione e missione nel disegno di Dio. Giustino era un giovane teatino del IV secolo, che si era ritirato sulle alture della Majella per cercare Dio solo nel silenzio dell’eremo e aveva poi ceduto all’insistenza dei suoi concittadini, venuti a chiamarlo affinché accettasse di divenire loro vescovo e di operare così alla riconciliazione della città lacerata dallo scisma ariano. Obbedendo con fede alle urgenze della carità, Giustino riuscì nella difficile impresa, indicandoci così con la sua vita e missione una triplice via da seguire, che può essere indicata con i tre impegni fondamentali della “solitudine”, della “comunione” e del “servizio”, attuali oggi, in tempo di pandemia, perfino più che ai tempi del nostro Patrono, feriti dall’eresia. È il testo tratto dagli Atti degli Apostoli (cap. 20) che ci aiuta a capire il senso profondo della solitudine, cercata e amata da San Giustino: si tratta di un separarsi dagli altri per amore loro, vissuto come offerta d’amore a Dio e intercessione per tutti. Come l’Apostolo Paolo, nel lasciare la comunità amatissima di Efeso, la affida «a Dio e alla parola della sua grazia, che ha la potenza di edificare e di concedere l’eredità fra tutti quelli che da lui sono santificati» (v. 35), così Giustino si ritira sulla montagna a pregare, adorando il Signore, unico vero bene di tutti e di ciascuno, e intercedendo presso di Lui per il Suo popolo amato. Come Paolo esprime simbolicamente questa missione che liberamente si assume inginocchiandosi e pregando (v. 36), così Giustino sale sul monte - luogo delle manifestazioni di Dio nella Bibbia e nella grande tradizione spirituale - per piegare le proprie ginocchia in un’incessante preghiera di ascolto e di lode, di intercessione e di custodia, per quanti fisicamente ha lasciato nella sua città, Teate. La solitudine di Giustino non è né evasione, né fuga, ma atto di amore: analogamente, la solitudine richiesta a tutti noi di fronte al pericolo del Coronavirus micidiale, che ha colpito tanti nella terribile pandemia, non è stata né egoismo, né chiusura, ma atto di prudenza e perfino di amore, se rettamente vissuta. San Giustino ci aiuti, allora, a vivere ancora il distanziamento richiesto fra persona e persona con doverosa responsabilità e concreta carità, affinché possiamo superare uniti la sfida che questa inattesa prova ha rappresentato e rappresenta per noi. La vocazione di san Giustino si è quindi espressa nel suo impegno per realizzare e vivere la comunione fraterna: tornato nella sua Teate come pastore del suo popolo, egli si è prodigato per vincere l’errore degli Ariani e riportare tutti all’unità della fede cattolica. Nata ad Alessandria d’Egitto ad opera del prete Ario, l’eresia ariana negava che Gesù fosse Dio e in tal modo pensava di rendere il cristianesimo più ragionevole e quindi più accettabile per la cultura pagana ancora dominante. In realtà, esso rappresentava un cedimento alla logica del mondo, svuotando proprio il centro e il cuore del Vangelo, e cioè il mistero del Dio, fatto uomo per amore nostro. Se è stata la carità a spingere il santo Eremita ad acconsentire alla richiesta di lasciare la solitudine dell’eremo, ricca di amore e di pace, per tornare fra la sua gente, è stata la stessa carità a vincere la mente e il cuore degli eretici: una simile prova di amore non può essere frutto solo della terra. Come ci ha ricordato la pericope tratta dalla prima lettera di San Giovanni Apostolo (cap. 3), «da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (v. 16). La carità viene a noi dall’alto: e dall’alto è venuto a portarcela in dono il Verbo Incarnato, il Figlio eterno, fatto uomo per amore nostro. La carità, che tutto vince, attraverso l’eloquenza dell’opera del vescovo Giustino vinse le resistenze e gli errori degli eretici e riportò la città divisa all’unità della fede e dell’agire concorde. Infine, come ci ha detto Gesù in persona nel testo tratto dal Vangelo secondo Giovanni (cap. 15), chi è stato salvato dall’amore, non può sottrarsi alle esigenze dell’amore, e quindi del servizio, che nasce dalla carità vera e operosa: «Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore». Ora, amare veramente vuol dire «dare la vita per i propri amici» (v. 13). Giustino ha dato la sua vita facendosi servo di tutti, per amore di tutti e di ciascuno, diventando amico di ognuno: «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi… Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri» (vv. 15 e 17). L’eloquenza della Sua carità, espressa nel servizio umile e disinteressato, ha vinto ogni resistenza: facendosi servo per amore, Giustino ha riportato all’unico amore del Signore Gesù, Verbo Incarnato, il popolo diviso della Teate del suo tempo, unificandolo nella pace e nella reciproca concordia, per vivere in unità la lode di Dio, l’accoglienza reciproca, la testimonianza della Sua Parola di vita eterna e il servizio della carità, che dona e accoglie senza misura. Oggi come allora, sarà la carità solidale ad aiutarci tutti nella prova seguita al dramma della pandemia: la scarsità di mezzi e di lavoro, la privazione, perfino la fame, che non pochi stanno provando, si vinceranno solo insieme, in uno slancio di carità generosa, di amore condiviso, di reciproca sollecitudine e fraternità, di cui tra gli altri ci sta offrendo esempio significativo la Caritas diocesana. Solitudine come distanziamento responsabile e generoso, comunione come attenzione solidale agli altri nella barca comune, che la prova ci ha fatto riscoprire, e servizio pronto e disinteressato, sono il triplice impegno che il nostro Patrono ci chiede con l’eloquenza del Suo esempio: possa lui stesso ottenerci di vivere questa missione come l’ha vissuta lui, per aprirci a un nuovo inizio e ad una rinnovata speranza per tutti. È quanto gli domandiamo, pregando con fede e umiltà: San Giustino, nostro Patrono in cielo, intercedi per noi, che ci affidiamo alla Tua protezione. Ottienici da Dio l’amore alla vita interiore, per imparare ad ascoltare la voce della Verità ed obbedire ad essa, e una grande carità, che ci faccia operai di giustizia e di pace nell’attenzione ai più deboli e nel servizio al bene comune. Aiutaci con il Tuo esempio e la Tua intercessione a coniugare le due fedeltà, alla terra e al cielo, al mondo presente della nostra città e della nostra terra amata e a quello futuro della Gerusalemme che scende dal cielo, per la vita eterna. Amen. Alleluia!

Fonte: www.chieti.chiesacattolica.it

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